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www.davideberto.it2026-08-01
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    L'INDICATORE DI WARREN BUFFETT DICE: "SEMAFORO ROSSO"

    Borse ai massimi, intelligenza artificiale che spinge le aziende a investire a più non posso, guerre diffuse, prezzo dell'energia sulle montagne russe: siamo in una bolla finanziaria di contraddizioni prossima allo scoppio, o c'è ancora margine di crescita?
    E, se così fosse, in quale Borsa converrebbe "puntare" per chi fosse disposto ad assumersi i tipici rischi dell'investimento azionario?
    Il Warren Buffett Indicator ci può essere d'aiuto in tutto questo.
    Peccato solo che lampeggi di rosso su molte Borse mondiali...

    Ma che cos'è il Buffett Indicator?
    Lanciato dall'oracolo di Omaha nel Dicembre del 2001, con i mercati ancora stravolti dall'attacco alle torri gemelle, l'indicatore misura il rapporto tra la capitalizzazione complessiva delle società quotate nella Borsa di un paese, con il Pil del paese stesso.
    Quando il valore del mercato azionario supera quello dell'intera economia sottostante, la valutazione viene generalmente considerata elevata.
    La logica è piuttosto intuitiva in quanto, nel lungo periodo, i profitti delle imprese non possono allontanarsi indefinitamente dalla ricchezza prodotta dall'economia reale.
    Lo stesso Buffett lo definisce come uno dei migliori strumenti sintetici, utili a capire a quale livello si trovano le valutazioni di un mercato.
    Ebbene, la recente fotografia di Luglio mostra quanto questa soglia sia stata superata.

    Negli Stati Uniti la capitalizzazione delle società quotate ha raggiunto il 238% del Pil.
    Wall Street vale quindi quasi due volte e mezzo l'economia americana.
    Il dato riflette la corsa delle grandi aziende tecnologiche, il peso crescente degli asset immateriali e la forte concentrazione degli indici in poche aziende legate all'intelligenza artificiale.
    L'eccesso più evidente è quello di Taiwan: qui il rapporto ha toccato il 509%.
    Il mercato azionario vale oltre cinque volte il Pil dell'isola soprattutto grazie all'enorme capitalizzazione raggiunta dal settore dei semiconduttori, e dalla sua regina in assoluto Tsmc.
    Un fenomeno simile, anche se meno estremo, riguarda la Corea del Sud al 203%, e il Giappone al 195%.

    Il quadro cambia decisamente volgendo lo sguardo in Europa.
    Qui il Regno Unito si ferma al 93%, nonostante la presenza in Borsa di numerose società multinazionali.
    Il mercato britannico tratta a multipli più contenuti rispetto a Wall Street anche per la forza di settori più maturi, come quello bancario, quello delle materie prime e dell'energia.
    La Germania, grande "malata" d'Europa, è appena al 55%, ma questo dato non indica necessariamente che l'economia tedesca sia sottovalutata: una parte rilevante del tessuto produttivo è infatti composta da società familiari e imprese non quotate che incidono nel Pil del paese ma non nella capitalizzazione di Borsa.
    E l'Italia?
    La nostra Borsa è talmente piccola e poco significativa a livello mondiale da rendere poco significativo anche il suo rapporto con il Pil, che, giusto per la cronaca, si colloca comunque attorno al 50%.
    La Cina si colloca invece al 68%.
    Questo rapporto incorpora le valutazioni depresse provocate dalla crisi immobiliare, dall'incertezza regolamentare e dalla minore fiducia degli investitori internazionali.
    Anche qui il confronto va letto con cautela, vista la presenza di imprese statali, società quotate su mercati diversi, e grandi aziende non incluse in modo uniforme nel perimetro domestico.

    Ma passiamo a pregi e difetti del Buffett Indicator.
    Sicuramente il suo pregio principale è la semplicità: evita di concentrarsi sui multipli di una singola società e offre una visione d'insieme del divario tra finanza ed economia reale.
    Il suo difetto principale è invece il denominatore: il Pil misura l'attività prodotta all'interno dei confini nazionali, mentre la capitalizzazione incorpora il valore attuale di utili che molte imprese realizzano all'estero.
    Più le imprese operano globalmente, meno il confronto è omogeneo.
    Il Buffett Indicator non sarà pertanto in grado di stabilire quando potrà iniziare una correzione, ma sommato ad altri elementi il suo segnale diventa decisamente più rilevante.

    Proprio in merito a mercati finanziari ai massimi di sempre, ricorda in ogni caso che disinvestire e uscire dal mercato, proprio in quanto al suo picco massimo, richiede due decisioni giuste, non una.
    Bisogna aver ragione quando si vende.
    Ma bisogna anche aver ragione quando si compra e si rientra.
    Ed è proprio questa seconda decisione che, nella maggior parte dei casi, si rivela la più difficile...
  • Con quella di oggi la mia 4 Minuti va in vacanza per il mese di Agosto.
    Appuntamento allora a Venerdì 4 Settembre, con una newsletter dedicata al valore della Consulenza Finanziaria nell'era dell'Intelligenza Artificiale.
    Buona estate!

    Davide