Mio papà è un grande appassionato di Carlo Verdone e dei suoi film.
In uno dei più famosi, intitolato "Bianco, rosso e Verdone", il grande Mario Brega fece la parte di un camionista che si propose per fare un'iniezione alla nonna di Verdone.
Mario, al nipote impaurito dalla sua mole, disse testuali parole "sta mano pò esse fero e pò esse piuma, oggi è stata na piuma...", nel senso che la nonna nemmeno sentì l'ago della siringa.
Ecco, le valute, all'interno di un portafoglio di investimento, possono essere fero o possono essere piuma.
Possono fare danni, o, al contrario, possono portare importanti benefici.
La variabile valutaria resta tuttora uno degli elementi più sottovalutati dagli investitori comuni, eppure, soprattutto in un contesto di persistente instabilità geopolitica, può incidere in modo determinante sulle performance complessive del portafoglio.
Le valute possono essere allora considerate dagli investitori e dai gestori come una vera e propria asset class di investimento all'interno del portafoglio, oppure, al contrario, se trattate come puro rischio di mercato e non come fonte utile a generare
valore nel tempo, possono essere coperte integralmente per anestetizzarne l'effetto, ma va considerato che la copertura (hedging in inglese) ha un costo.
Come in tutte le cose ci vuole consapevolezza.
Oggi voglio allora proporti il punto sulle principali divise di rifugio mondiali: dollaro, franco svizzero e yen giapponese.
DOLLARO
Il dollaro è un fattore chiave per gli investimenti, e può avere un peso rilevante per i portafogli dei risparmiatori per diversi motivi.
Innanzitutto, la Borsa americana è di gran lunga il mercato finanziario più importante al mondo, e investire nei titoli azionari di Wall Street innesca acquisti di valuta USA.
In secondo luogo, il biglietto verde è la valuta di denominazione delle materie prime, che, spinte attualmente dalle tensioni geopolitiche, stanno subendo una forte domanda.
In aggiunta, nell'incertezza generale la moneta statunitense riprende un ruolo di bene rifugio a dispetto dei problemi che affliggono il sistema americano, come il deficit e il debito pubblico elevato, o la diversificazione delle riserve da parte delle
banche centrali mondiali.
Attenzione però, perché il privilegio del dollaro in qualità di bene rifugio non è certo un dato acquisito per sempre.
Anzi, le attuali politiche trumpiane stanno mettendo sotto pressione i suoi pilastri.
L'espansione fiscale incontrollata sta erodendo la credibilità di lungo periodo del debito americano; i ripetuti attacchi all'indipendenza della banca centrale (Fed) minano la sua autorevolezza, e l'imprevedibilità della politica commerciale riduce nel
suo complesso la prevedibilità del sistema.
Tutto questo può portare a una lenta erosione della fiducia, che riduca a sua volta la propensione dei capitali esteri a finanziare gli squilibri americani.
Meno capitali in entrata porterebbero a tassi più alti, dollaro più debole e condizioni finanziarie più restrittive.
A dimostrazione di tutto questo, lo scorso anno il dollaro ha registrato un forte trend al ribasso, tanto che l'euro ha guadagnato complessivamente il 13% nei suoi confronti.
ALTRE DIVISE RIFUGIO
In un contesto di tensioni geopolitiche, prezzi energetici elevati, politiche monetarie divergenti e crescente frammentazione economica, il concetto di "valuta rifugio" sta cambiando.
Il caso più evidente è quello del franco svizzero (CHF) che continua ad attirare capitali nei momenti di tensione globale.
Dal 2023 il franco svizzero si è apprezzato di circa il 23% rispetto al dollaro americano, e solo nel 2025 ha registrato un guadagno vicino al 13% toccando nuovi massimi anche in questo 2026.
Ogni volta che aumenta l'incertezza sui mercati in seguito a guerre, crisi finanziarie o timori recessivi, gli investitori tendono a rifugiarsi nel franco.
Tuttavia, il rafforzamento della valuta elvetica crea anche problemi all'economia svizzera, in quanto una valuta troppo forte penalizza le esportazioni e comprime la competitività delle aziende del paese.
Ben diversa la situazione dello yen giapponese, che, per decenni considerato una delle principali valute rifugio globali, dal 2020 ha perso oltre il 45% rispetto al dollaro americano, smarrendo così gran parte della sua storica funzione difensiva.
Una dinamica, questa, che riflette problemi strutturali dell'economia giapponese.
Tra i principali, l'enorme debito pubblico considerato da molti investitori difficilmente sostenibile nel lungo periodo, e una bilancia commerciale spesso negativa dal 2011 a causa della forte dipendenza energetica del paese.
Il contesto monetario ha ulteriormente aggravato la situazione: per anni la Bank of Japan ha mantenuto una politica monetaria ultra-accomodante, con tassi molto bassi rispetto agli Stati Uniti.
Questo ha reso lo yen una valuta ideale per il carry trade, con i grandi investitori che si sono finanziati a basso costo in yen per investire poi in asset più remunerativi altrove.
Il mio consiglio in tutto questo?
Ho imparato in tutti questi anni di professione che è praticamente impossibile capire in anticipo il trend futuro di una valuta.
Anche gli analisti e i gestori professionisti sbagliano molto spesso le loro stime e previsioni.
Se si investe in una logica di lungo o lunghissimo periodo, soprattutto in caso di investimento azionario, l'effetto cambio tenderà a pesare relativamente poco rispetto all'andamento dell'asset sottostante, che sarà prevalentemente guidato dagli utili
aziendali.
Il cambio va qui visto un po' come un "rumore" che tenderà ad attenuarsi nel tempo.
Ben diverso il discorso in caso di investimento obbligazionario: qui la componente valutaria può avere un peso molto più rilevante sull'andamento positivo o negativo nel tempo dell'investimento stesso.
Per questo serve molta attenzione quando si tratta di investire in titoli obbligazionari esteri.
In conclusione, ritengo non ci possa essere crescita senza un percorso.
Ogni obiettivo, ogni traguardo, non si improvvisa ma va costruito con solidità, passo dopo passo.
Eventualmente anche con un'equilibrata esposizione alle valute.