Menu
www.davideberto.it2025-08-31
  • play_arrow
    volume_up
    volume_down

    SONO RIMASTI IN 10

    Avrai già sentito parlare di rating.
    In ambito finanziario con questo termine (andrebbe esteso a rating di credito) si indica il giudizio dato da un'azienda a una banca, un'impresa o uno Stato sulla capacità di ripagare i propri debiti.
    Tale valutazione viene elaborata dalle agenzie di rating, enti indipendenti che promettono giudizi oggettivi e imparziali, ed è espressa attraverso delle lettere o dei numeri che fungono da voti.

    Il rating è particolarmente utile per valutare strumenti finanziari di debito come le obbligazioni, in cui gli investitori prestano dei soldi con la promessa che verranno in seguito rimborsati.
    Il rating aiuta allora a considerare il rischio di un investimento: se uno Stato o un'azienda ha un rating alto, significa che è considerato solido e affidabile, quindi è poco probabile che rischi un fallimento sui suoi debiti.
    Al contrario, se un'azienda ha un rating basso, significa che è considerata più rischiosa ed è pertanto più probabile che possa verificarsi un evento di insolvenza.

    Poche settimane fa ha fatto notizia la perdita del rating da tripla A degli Stati Uniti d'America.
    Dopo il declassamento di S&P nel 2011 e quello di Fitch del 2023, Moody's ha infatti abbassato di un gradino il suo giudizio agli States, portandolo a una valutazione di "Aa1".
    Ora sono rimasti in 10 gli Stati a poter vantare il massimo grado di affidabilità: Australia, Canada, Danimarca, Germania, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Singapore, Svezia e Svizzera.
    10 Paesi che rappresentano poco più del 10% del Pil globale, all'interno di tendenza molto preoccupante caratterizzata dall'aumento dei debiti pubblici.
    Di questi, ben 9 hanno il benestare di tutte e 3 le principali agenzie di rating, mentre per Fitch il Canada non vale la tripla A.

    A spingere Moody's a declassare gli States sono stati i crescenti livelli di debito pubblico (37mila miliardi di dollari) e i costi di rimborso degli interessi.
    Certo, gli Stati Uniti mantengono eccezionali punti di forza in quanto a resilienza e dinamismo della loro economia, oltre al fatto che il dollaro statunitense si mantiene sempre come la più importante valuta di riserva globale.
    Il mercato ha risposto con un'impennata dei rendimenti dei Treasury, i titoli di Stato a stelle e strisce: la scadenza biennale è attualmente poco sotto il 4%, mentre quella a 10 anni è schizzata sopra il 4,5%.
    Più elevati, rispettivamente, di quasi mezzo punto e dello 0,7% di quelli di fine Settembre scorso, quando si iniziava soltanto a ipotizzare la vittoria di Trump.
    Numeri che, nonostante il downgrade, restano appetibili, soprattutto se confrontati con i rendimenti del club "tripla A".
    Al di là dell'Australia, che a 10 anni paga circa il 4,6% di interessi, gli altri mostrano almeno un paio di punti percentuali di differenza: la Germania offre il 2,6%, la Svezia il 2, la Danimarca il 2,13 e Singapore il 2,5%.
    Un po' più alti i rendimenti di Lussemburgo e Norvegia, rispettivamente al 3,6 e al 4%, mentre il decennale svizzero rende un misero 0,31%.
    Per noi investitori in euro, investire in titoli in diversa valuta significa esporsi alla variabilità valutaria.
    Non si tratta più dunque soltanto di un'obbligazione governativa, ma anche di una scommessa sull'andamento futuro del tasso di cambio, che, avendo una volatilità più alta dei tassi di interesse, rischia di diventare il driver principale dell'investimento.

    Per concludere, il declassamento di Moody's, secondo gestori e analisti, non ha tanto una valenza tecnica, ma più che altro psicologica, ricordando che anche nel panorama dei titoli risk free (praticamente privi di rischio di default) un po' di diversificazione è certamente salutare.
  • Ti auguro un sereno fine settimana.
    Un caro saluto.

    Davide