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www.davideberto.it2021-09-25
  • Non so tu, ma più vado avanti, più ho quotidiana e puntuale conferma di come la qualità dei professionisti a cui ci appoggiamo incida poi sulla qualità della nostra stessa vita.

    Hai a che fare con un bravo professionista?
    Ti risolve i problemi, ti fa risparmiare tempo, ti aiuta a vedere delle cose che prima non vedevi, ti da una spinta verso nuovi traguardi.
    Hai a che fare con uno scarso professionista?
    Ti aggiunge problemi, ti occupa ancora più tempo, ti affossa nei pensieri di sempre, ti rallenta continuamente.

    In sostanza, il bravo ti fa stare meglio, mentre lo scarso ti fa stare peggio.
    Se parliamo di soldi, che (piaccia o meno) con la salute sono condizione indispensabile per condurre una decorosa esistenza, questo stato di benessere o malessere si accentua.
    La dannosità generata da una pessima consulenza finanziaria, e le conseguenze a volte irrecuperabili sulla vita delle persone, sono ben note a tutti.
    Ma il punto è un altro.
    L'utilità, il benessere generato dall'avere al proprio fianco un bravo professionista della finanza non è affatto confinato, come pensano in troppi, al possedere più ricchezza.
    Non solo, almeno.
    Secondo un'indagine americana di un paio d'anni fa (The Value of Financial Planning), la soddisfazione della propria situazione finanziaria ed il benessere economico, sono solo due dei principali miglioramenti che i clienti seguiti da un consulente hanno riscontrato rispetto a quelli "self made", che fanno da sé.
    Ne vengono poi altri, come il senso di sicurezza, il senso di controllo, la serenità...
    Insomma, è il cliente spesso a riconoscere e a dire di star meglio con un (bravo) consulente al suo fianco.

    Il denaro da solo crea una parte di felicità, ma è soprattutto la percezione di averne il controllo a completare l'opera.
    Perché riduce lo stato d'ansia e i blackout emozionali tipici di chi deve gestire in autonomia il proprio denaro.
    Credo che la più grande soddisfazione per un professionista, di qualsiasi ambito ed estrazione, sia proprio questa: sentirsi utile e far stare meglio le persone.
    Mi auguro allora di essere per te quel professionista, aiutandoti prima di tutto a comprendere ciò di cui tu e la tua famiglia avete bisogno, e insegnandoti poi come fare per raggiungerlo.

    Come sempre ti auguro una buona lettura!
  • 1 - IL 2020 NEL RISPARMIO E NEGLI INVESTIMENTI DELLE FAMIGLIE ITALIANE

    Come ogni anno, a descrivere con dovizia di particolari il contesto finanziario delle famiglie italiane arriva puntuale il report di Consob.
    Con questo articolo voglio allora offrirti una panoramica delle più significative informazioni descritte nella ricerca, stimolando al contempo alcune riflessioni.
    Sono poi, come sempre, a tua disposizione se vorrai parlare più approfonditamente degli aspetti che emergono da questo importante report.

    Però, prima di iniziare, uno sguardo veloce al particolare scenario che l'emergenza pandemica ha determinato dal punto di vista economico per le famiglie italiane.
    Nel 2020 abbiamo assistito a un significativo calo dei redditi (sono aumentate del 7% le famiglie monoreddito), ma ancor più dei consumi, scesi oltre il 15% nel primo semestre.
    Tutto questo in un paese le cui stime di contrazione del Pil sono comprese tra il 9 e il 13%.
    Ciononostante, il debito privato interno è ancora basso se confrontato con quello europeo, per una tendenza in netto contrasto con il sensibile aumento del debito pubblico contratto per soddisfare il fabbisogno finanziario.

    Come investono gli italiani?
    La contrazione dei consumi ha avuto come prima conseguenza l'aumento del risparmio, riversato perlopiù in liquidità nei conti correnti per scopi precauzionali.
    Nella ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, negli ultimi 10 anni, è sensibilmente diminuita la presenza di obbligazioni bancarie, ed è invece nettamente aumentata quella dei fondi comuni di investimento.
    Ciò lascia intendere una maggiore diversificazione rispetto al recente passato, anche se la maggioranza di questi risparmi è ora investita in fondi obbligazionari o flessibili.
    Questo dimostra, una volta di più, la scarsa inclinazione nel nostro paese per gli investimenti di tipo azionario, che rappresentano in media solo il 10% degli investimenti delle famiglie italiane.
    Troppo, troppo poco se si vogliono ottenere dei risultati apprezzabili dai propri investimenti.
    Rimane invece ancora rilevante la presenza dei famosi BTP, che continuano a sedurre in modo forse inaspettato, visto il continuo calo dei rendimenti su tutte le scadenze.
    Pensa che oggi un BTP con scadenza a 10 anni rende lo 0,50% lordo...

    Comportamenti e abitudini finanziarie
    Il contesto economico italiano, già prima precario e reso ancor più fragile dalla crisi pandemica, ha accentuato ulteriormente la vulnerabilità delle famiglie.
    Più di una persona su due, ai tempi del Covid, ha dovuto metter mano alle proprie abitudini finanziarie.
    Il 31% degli intervistati ha infatti registrato una riduzione temporanea o permanente del proprio reddito negli ultimi 12 mesi, il 35% ha ridotto le spese, il 14% ha attinto ai propri risparmi.
    Spicca purtroppo un 17% di persone che ha ricevuto proposte di trading online, e il più delle volte si sono anche fatte convincere dalla possibilità (spacciata spesso come certezza) di garantirsi una scorciatoia per migliorare la propria situazione finanziaria.
    Sebbene in media il 90% circa degli investitori in trading finisca per perdere soldi, nel 2020 i volumi delle operazioni sono quasi triplicati.
    La riduzione del reddito, accompagnata al contempo dalla preferenza verso scelte di investimento più pericolose, rappresenta un palese paradosso.
    Tuttavia, come ormai ben saprai, siamo fatti di paradossi e di contraddizioni.

    La cultura finanziaria si conferma purtroppo bassa, seppur in lieve miglioramento.
    Aumenta in particolare la percentuale di persone che vorrebbe approfondire le tematiche utili a fare scelte finanziarie importanti.
    Questo interesse è però più orientato ai mercati e agli strumenti di investimento, e molto meno al concetto di pianificazione, sul quale solo una netta minoranza (meno del 20% degli intervistati) dichiara di ragionare con un'ottica di lungo termine.
    Più in generale, il risparmio non sembra essere legato a precisi obiettivi, come invece dovrebbe essere per farlo lavorare e fruttare al meglio.
    Affermare che vengono accantonate risorse "a caso" può risultare un pò eccessivo, ciononostante non si assiste a una finalizzazione del risparmio stesso, che rimane per lo più indifferenziato.
    Un dato infine confortante: nell'ultimo anno si è assistito a un sensibile incremento delle persone che si sono rivolte a un professionista per chiedere consulenza.
    Il 41% si affida oggi infatti a un consulente (era il 30% nel 2019), e "solamente" il 29% opera in autonomia contro il 40% del 2019.

    Le preoccupazioni per il futuro
    Mi soffermo brevemente su ciò che più sembra spaventare gli italiani dal punto di vista finanziario.
    Due aspetti, in particolare, spiccano dal report.
    Da un lato, il 71% degli intervistati ritiene difficile far fronte a spese inattese.
    Anche per questo motivo, rispetto al 2019, è sensibilmente aumentata la percentuale di famiglie che risparmia a scopo precauzionale.
    Un 30% si dichiara addirittura in difficoltà se l'imprevisto comportasse una spesa di soli 1.000 €.
    Dall'altro lato, il 60% è preoccupato per il mantenimento dell'attuale tenore di vita dopo il pensionamento.
    Entrambe le questioni non sono certamente nuove.
    Si continua tuttavia ad affrontarle in modo incompleto e superficiale quando va bene, fino a trascurarle del tutto quando invece va male.

    Una personale considerazione per concludere.
    Ritengo che parlare alle persone, clienti o non clienti, della loro vita, delle loro preoccupazioni e dei loro obiettivi futuri, sia forse più importante che parlare alle stesse persone dei loro soldi.
    Non trovi?
    Perché i soldi sono pur sempre un mezzo per raggiungere un fine.
    C'è ancora molto da fare allora.
    Io lavoro anche per questo con competenze e passione.
  • 2 - LA RINUNCIA AI FIGLI E IL DECLINO ITALIANO

    Nel suo tradizionale discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha detto anche, tra le altre cose, che la crisi sanitaria "ha seminato un senso di smarrimento, ponendo in discussione prospettive di vita.
    Basti pensare alla previsione di un calo ulteriore delle nascite, spia dell'incertezza che il virus ha insinuato nella nostra comunità".

    Se ci chiediamo cosa caratterizzerà il percorso del paese dopo la pandemia, una prima risposta è senz'altro quella di una popolazione italiana che andrà continuamente a ridursi.
    L'Italia è entrata da tempo in una fase nuova della sua storia, quella del declino demografico.
    Una fase che condizionerà tutto il percorso successivo di questo secolo.
    Alla base del processo di diminuzione c'è un saldo naturale negativo (eccedenza di decessi sulle nascite), diventato così ampio che l'immigrazione non basta più a compensarlo.
    Nel 2019 è stato pari a -214 mila, come differenza tra i 634 mila decessi e le 420 mila nascite.

    Agisce come fattore di allargamento di tale divario il progressivo sbilanciamento della popolazione verso le età più avanzate.
    Da un lato, la crescita della componente anziana fa aumentare il numero dei decessi.
    Dall'altro, la riduzione della componente più giovane, nelle età in cui si forma una propria famiglia, fa diminuire il numero delle nascite.
    La riduzione osservata nei dieci anni precedenti la pandemia è tale che se si continuasse con lo stesso ritmo arriveremo a zero nati prima della metà di questo secolo.

    Il margine su cui agire è a livello di fecondità, che attualmente è sui valori più bassi di sempre per le cittadine italiane (1,18 figli per donna).
    Grazie alla componente straniera si sale a 1,27, livello che però non ci consente di lasciare il fondo della classifica europea.
    Risalire fino a convergere in dieci anni con la media europea (1,55), e successivamente su valori più vicini a 2, aiuterebbe le nascite a non inabissarsi troppo, pur rimanendo abbondantemente sotto il numero dei decessi.

    Il rischio molto concreto è quello di osservare un futuro tracollo dell'economia e del sistema di welfare.
    Nessuno darebbe più credito al nostro paese, e anche il debito diventerebbe impossibile da sostenere.
    Non è certo questo, purtroppo, uno scenario irrealistico.
    Molti elementi ci dicono, anzi, che il nostro paese è tra quelli più a rischio di subire una tale deriva.
    Occorre allora ripartire almeno dalla consapevolezza ben espressa dal Presidente Mattarella, che la crisi delle nascite è la più chiara spia dell'incertezza sul futuro di una comunità.
  • 3 - UNA NUOVA POLITICA DI COSTO A DANNO DEL CLIENTE

    Sto parlando dell'utilizzo della carta Bancomat.
    Bancomat SpA sta sottoponendo al vaglio dell'Antitrust nuove e maggiorate tariffe  per il servizio di prelievo del contante dagli sportelli bancomat.
    Attualmente ogni banca paga 0,49 € per ogni prelievo che un suo correntista effettua presso lo sportello bancomat di un altro istituto.
    Spesso però la possibilità di effettuare il prelievo con la carta Bancomat allo sportello Atm di una banca diversa dalla propria, viene offerta gratuitamente da diversi istituti, soprattutto dalle banche online.
    Secondo una recente ricerca, il 53% degli italiani intervistati dichiara di non pagare oggi alcuna commissione sui prelievi effettuati da qualsiasi terminale Atm.

    Con le modifiche proposte da Bancomat SpA, ogni banca potrebbe quindi applicare la commissione che desidera ai non clienti, e l'onere sarebbe noto solo al momento del prelievo stesso, quando la commissione gli verrebbe mostrata nel display.
    Banca che vai, costo di prelievo che trovi.

    Secondo le banche, la necessità di passare al nuovo modello di costo è dovuta all'aumento dei costi sostenuti nella gestione degli sportelli Bancomat, legati all'evoluzione tecnologica di tali apparecchi e ai maggiori rischi collegati a iniziative fraudolente.

    Occorre allora prestare attenzione nel prossimo futuro, perché se questa proposta di Bancomat SpA dovesse essere accettata e autorizzata, l'onerosità dei rapporti bancari sarebbe ancora più elevata.
  • 4 - LA PIU' GRANDE SORPRESA DEL 2020

    Una popolazione anziana con un'età media superiore a 48 anni.
    Un debito pubblico proiettato oltre il 260% della ricchezza nazionale, misurata da un Pil che resta ancora al di sotto dei livelli registrati 25 anni fa e con prospettive di crescita future piuttosto modeste.
    Questi i principali indicatori delle dinamiche demografiche, economiche e finanziarie del Giappone.
    Quando però si dà un'occhiata all'andamento della Borsa di Tokyo nel corso del 2020 sembra di assistere a un film diverso.
    Con il suo +16%, il Nikkei 225 non solo ha sopravanzato di gran lunga tutte le borse europee, ma si è piazzato d'un soffio alle spalle dell'S&P500 americano in un'ipotetica classifica fra i principali listini azionari mondiali, tornando così ai livelli di ben 30 anni fa e rappresentando sicuramente la più grande sorpresa per gli investitori nell'anno del Covid.

    Dietro il fenomeno Nikkei (l'indice rappresentativo delle più importanti aziende quotate in Borsa in terra nipponica) si nasconde il rinnovato interesse dei grandi fondi esteri d'investimento, tornati negli ultimi mesi acquirenti netti di titoli giapponesi dopo averli a lungo trascurati.
    A riportare Tokyo fuori dall'anonimato è stata una serie di fattori virtuosi, in grado di compensare le debolezze sopra ricordate sul piano dei fondamentali che restano comunque allarmanti.
    Il primo fattore è quello della stabilità politica.
    Il Giappone, sotto questo aspetto, ha vissuto nel 2020 una delicata e inattesa fase di cambiamento, con le dimissioni a Settembre del premier Shinzo Abe, che si è però risolta nel segno della continuità con l'elezione di Yoshihide Suga e ha generato fiducia negli investitori.
    Per il paese si stima un Pil 2021 in crescita del 3,3%.
    Altro fattore positivo per il Giappone è quello che qui il Covid ha rappresentato meno che altrove un'emergenza sanitaria, dato che a fronte di una popolazione di 126 milioni di abitanti t(il doppio di quella italiana), siamo passati dai soli 1.000 casi positivi al giorno registrati durante la prima ondata di primavera del virus, agli attuali 3.000 - 3.500 della seconda ondata.
    Inoltre il paese nipponico è collocato all'interno di un'area, quella asiatica, a forte crescita economica, e da questo può trarne solo dei benefici.

    Il 2021 sarà anche l'anno, se tutto va bene, dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Tokyo.
    Vedremo allora se il mercato finanziario giapponese sarà in grado di ripetere quanto di buono ha fatto nel corso del 2020.
    Contattami se vuoi approfondire l'analisi dei titoli e settori che più hanno performato durante lo scorso anno in Giappone!
  • 5 - INARRESTABILE

    Unica tra le principali economie del mondo a non fermarsi nemmeno di fronte al coronavirus.
    Il virus pare anzi averla rinvigorita, perché da grande vittima che appariva inizialmente è diventata la grande vincitrice, uscendo dall'emergenza sanitaria prima di tutti gli altri e registrando una ripresa economica oltre le aspettative.
    L'avrai capito, sto parlando della Cina.
    Un recupero che ha portato l'economia cinese a chiudere il 2020 con una crescita stimata tra l'1,8 e l'1,9%, in un contesto di retrocessione globale.
    Unica economia del G20 ad aver assistito a una crescita del Pil 2020, a fronte della contrazione del Pil USA (-3,8%) e dell'Eurozona (addirittura -7,9%).
    Insomma, il virus ha dato ancora più forza alla leadership della Cina, il cui peso globale è destinato ad aumentare nei prossimi due anni, arrivando a valere tra 1/4 e 1/3 di tutta la crescita mondiale.
    La Cina è pertanto la locomotiva del mondo intero, e contribuirà a tirare fuori dalla crisi anche gli altri paesi.

    Ma la Cina non è sola, è infatti circondata da altri paesi che hanno avuto almeno altrettanto successo nel contenimento della pandemia.
    Oltre alla Cina dobbiamo quindi cominciare a parlare di una dinamica asiatica che include l'estremo Oriente e il Sud-Est asiatico (vedi a tal proposito il punto 2 della 7Nin7M del 04/12/2020, dedicato al più grande patto commerciale del pianeta).

    Se la leadership della Cina è ormai fuori discussione, è molto interessante notare come la sua crescita si stia evolvendo, percorrendo nuove strade e diversificandosi in settori avanzati, come quello dell'elettronica, del 5G, dell'intelligenza artificiale, ma anche nel farmaceutico e nell'energia verde.
    Il 5G, in particolare, sarà un terreno sul quale si combatterà nel prossimo futuro la guerra fredda tra Pechino e Washington.
    Pechino è oggi numero uno nell'energia solare, e si sta avvicinando a una posizione di mercato dominante nelle batterie per auto elettriche e a idrogeno.

    Nonostante il clima di grande ostilità, il mercato azionario cinese si sta aprendo sempre di più alla partecipazione di investitori esteri che arrivano anche dagli Stati Uniti.
    Le grandi banche di Wall Street e i grandi investitori americani stanno facendo (e faranno ancora) affari d'oro sul mercato finanziario cinese.

    Certo, non va mai dimenticato in tutto questo che la Cina è pur sempre una dittatura e, in quanto tale, "pecca" di poca trasparenza.
    Però, un portafoglio di investimento ben diversificato e votato al futuro, non può non avere al suo interno un mattoncino di Cina.
    Imprescindibile oggi.
  • 6 - 20, 13, 22

    No.
    Non sono questi i primi 3 dei 5 numeri estratti Giovedì sulla ruota di Venezia.
    Si tratta piuttosto degli ultimi dati sul rapporto prezzo/utili (price-earnings) del più importante paniere di titoli azionari oggi al mondo, l'S&P500 americano, rappresentativo delle più importanti 500 aziende quotate alla borsa USA.

    Ma cos'è il price-earnings?
    E' un dato che esprime il numero di anni necessari affinché l'investitore rientri in possesso del proprio capitale attraverso gli utili prodotti dall'azienda in cui ha investito.
    Semplificando molto, più basso e contenuto è questo valore, più appetibile è il titolo.

    A fine 2019, il rapporto tra prezzo e utili a 12 mesi dell'indice stava sotto area 20, e il mercato scommetteva che un anno dopo si sarebbe arrestato al di sotto di questa soglia.
    Valutazioni non particolarmente economiche considerando che la media degli ultimi 25 anni si è mossa intorno alle 16,5 volte, ma neanche da bolla speculativa pronta ad esplodere.
    L'inizio del 2020 è stato scoppiettante sui mercati, con i primi due mesi al rialzo all'insegna di nuovi record e con il multiplo che è arrivato a toccare quota 19.
    Poi è scoppiata la pandemia che ha ovviamente stravolto le previsioni degli operatori, e da Marzo a Dicembre sul mercato è letteralmente successo di tutto.
    L'indice azionario S&P500 è precipitato del 35% a Marzo dai massimi di fine Febbraio, per iniziare poi un recupero del 70% circa fino a fine anno.
    Durante il crollo verticale di Marzo, la fase più buia, il rapporto tra prezzo e utili a 12 mesi è precipitato addirittura a 13, su livelli che non si vedevano dal 2013.
    Questo è stato frutto del calo dei prezzi delle azioni, e dell'ancora più marcato calo delle prospettive di utile delle aziende.
    Da fine Marzo poi il mercato ha cominciato a guardare oltre, puntando sulla ripresa.
    Una situazione divenuta quasi euforica a Novembre con l'annuncio del vaccino.
    Tutto questo ha portato il rapporto prezzo/utili a oltre 22 volte, per dei valori medi che non si registravano da inizio secolo.
    Insomma, una oscillazione così violenta in pochi mesi non si era mai vista nella storia recente di Wall Street.
    La conferma di quanto sia difficile fare previsioni sull'economia reale, e ancor di più sui mercati finanziari, soprattutto in presenza di un evento shock come il Covid poi è stato.
  • 7 - NEMICI O AMICI?

    Se si cercano informazioni finanziarie su Apple, al primo posto tra i concorrenti si trova spesso la holding Alphabet che controlla Google.
    I due giganti mondiali dell'high-tech sono in effetti in diretta competizione su più fronti.
    Sul mercato degli smartphone, per esempio, il sistema operativo Android di Google è alternativo a quello dell'iPhone.
    E fra i programmi di navigazione in Internet, il Chrome di Mountain View compete con il Safari di Cupertino.

    Ma dietro a questa concorrenza ufficiale, in realtà Apple e Google lavorano insieme e dipendono una dall'altra per una fetta importante del loro fatturato e dei loro profitti.
    La conferma è venuta dalla causa Antitrust iniziata in Ottobre dal ministero della giustizia USA contro Google.
    Grazie a un patto fra le due aziende della Silicon Valley, per default il motore di ricerca installato in tutti gli apparecchi Apple è proprio il "concorrente" Google.
    Secondo i documenti prodotti dal governo americano, per mantenere questo accordo Google paga dagli 8 ai 12 miliardi di $ l'anno ad Apple, pari circa al 15-20% dei profitti dell'azienda di Cupertino.
    Dall'altra parte, il traffico generato dal miliardo e mezzo di apparecchi Apple attivi (iPhone, iPad, Mac computer, Apple Watch...) rappresenta quasi il 50% di tutte le ricerche effettuate via Google, alimentando di conseguenza una buona parte del business pubblicitario di Alphabet.
    Secondo il governo americano, il risultato di questa collaborazione è l'assoluto dominio di Google che controlla negli Stati Uniti il 90% delle ricerche, e il 95% di quelle effettuate su apparecchi mobili.
    Non c'è spazio quindi per la concorrenza.

    Un'ipotetica fine dell'accordo tra i due colossi potrebbe causare, secondo alcuni ben informati, addirittura un crollo del 20% delle quotazioni di Apple.
    Per questo fioriscono speculazioni sulla possibilità che Tim Cook (AD Apple dal 2011) sia alla ricerca di un accordo alternativo a quello con Google, oppure stia sviluppando un proprio prodotto magari anche attraverso l'acquisizione di DuckDuckGo, piccolo motore di ricerca che enfatizza, come Apple, il valore della privacy per i suoi utilizzatori.

    Apple non è però l'unico nemico-amico di Google.
    La causa Antitrust intentata da 10 stati americani in Dicembre cita documenti interni secondo cui, nel Settembre del 2018, Facebook si sarebbe messa d'accordo per non competere con gli strumenti di pubblicità online di Google in cambio di un trattamento speciale da parte della stessa azienda.
    I due colossi avrebbero inoltre deciso di cooperare nel rispondere a eventuali azioni antitrust.
    Entrambe negano ovviamente di essersi comportate scorrettamente.
    Google (Alphabet), Facebook ed Apple, insieme anche a Microsoft e ad Amazon, hanno continuato a crescere nel mezzo della pandemia e valgono oggi, tutte assieme, oltre 7 mila miliardi di $, pari a circa il 50% dell'intero indice azionario Nasdaq.
    Ma qualcosa da inizio anno sembra essersi inceppato, e sul loro futuro sempre più pesa lo scrutinio delle autorità Antitrust di tutto il mondo.
  • Vorrei concludere la mia 7Nin7M condividendo con te una mia recente lettura sulle risorse rinnovabili disponibili sulla terra.
    Anche tu avrai forse sentito che sempre prima, nel corso degli anni, cominciamo a cumulare debito nei confronti del nostro futuro.
    Durante il 2020 appena concluso, al 23 Agosto avevamo già terminato le risorse a nostra disposizione.
    In questo modo, i costi che dovremo pagare per lo sfruttamento materiale del globo aumentano: i ghiacciai si sfaldano, i mari salgono, gli uragani si fanno più violenti, troppi alberi sono stati abbattuti e troppe superfici sono state rese coltivabili o edificate.

    Il fondamentale punto di partenza a cui dovremo ogni tanto pensare, è l'asimmetria tra la terra e l'umanità: la terra non ha bisogno di noi, noi abbiamo bisogno della terra.
    Siamo allora noi che dobbiamo cambiare, perché la terra c'era prima di noi e potrebbe vivere senza di noi.
    Dovremmo allora conseguentemente diventare più frugali.
    Non più poveri, c'é una bella differenza.
    La povertà è una costrizione, mentre la frugalità è una scelta: rinunciare al superfluo e soprattutto al dannoso.
    Se la popolazione mondiale vivesse tutta come quella degli Stati Uniti, ci vorrebbero le risorse di 5 pianeti per soddisfarla.
    Sarebbe invece sufficiente lo 0,7% della terra se ci comportassimo tutti come gli abitanti dell'India.

    Concludo allora con questo auspicio: più frugalità nel nostro futuro!
    Ne trarremo sicuramente beneficio, ancor di più i nostri figli e nipoti.
    Ti auguro un sereno fine settimana!
    Un caro saluto.

    Davide