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www.davideberto.it2021-06-23
  • La pandemia purtroppo non è finita.
    E le famiglie italiane, nell'incertezza, si stanno rifugiando ancor più del solito nei conti correnti.
    I dati pubblicati dall'ABI (Associazione Bancaria Italiana) parlano chiaro: nei conti correnti sono parcheggiati 1.700 miliardi di euro, l'equivalente del PIL del nostro paese, con una crescita del 7% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.
    Una scelta assolutamente inefficiente se si prova a guardare al futuro.
    Sì, perché i risparmi, se immobilizzati in strumenti infruttiferi (come i conti correnti), tendono a perdere valore nel tempo in modo costante solo per effetto dell'inflazione.
    Per fare un esempio, considerando la media degli ultimi 20 anni dell'indice dei prezzi al consumo pari all'1,7%, 10 mila euro depositati nel 2000 su un conto corrente varrebbero oggi 7.138 euro.
    Quindi circa il 30% in meno (2.862 euro in termini assoluti).
    Se poi si guarda alla crescente incidenza dei costi bancari, il danno economico diventa ancora più evidente.
    Ipotizzando infatti un costo medio annuo del conto di 100 euro, ci si ritroverebbe oggi con una giacenza di 5.426 euro (-45,74%).
    A questo si aggiunge poi il mancato guadagno per non aver investito i propri risparmi: negli ultimi 20 anni, azioni e obbligazioni hanno offerto un rendimento reale (al netto dell'inflazione) annualizzato rispettivamente del 5,20% e del 2%.
    E' piuttosto evidente allora che lasciare i soldi sul conto corrente non è una scelta vincente.
    Il consiglio che posso dare è farsi bene i conti in tasca, così da individuare la giusta riserva di liquidità da immobilizzare in banca.
    Il resto va investito coerentemente con il proprio profilo e con i propri obiettivi, in asset ben diversificati e mantenendo un orizzonte temporale, se possibile, di medio-lungo periodo.
    Non abbandonare allora i tuoi risparmi a loro stessi.
    Il conto da pagare potrebbe essere molto salato...

    Ti auguro una piacevole lettura.
  • 1 - IL PUNTO SUI BTP

    Chi avesse sottoscritto un BTP decennale nell'Ottobre del 2010 tenendolo fino a scadenza, avrebbe ottenuto un rendimento annuo tra il 3,8 e il 4%.
    Oggi, a dieci anni anni di distanza, il Buono del Tesoro di pari durata offre invece, a chi vorrà tenerselo in portafoglio per il prossimo decennio, un rendimento annuo inferiore allo 0,8%.
    Perfino il tasso del decennale greco si è recentemente attestato sotto la soglia dell'1%...
    L'incubo dei tassi a zero impensierisce da tempo ormai anche i risparmiatori italiani, che per molti anni erano riusciti a portarsi a casa ritorni finanziari interessanti investendo in bond governativi del nostro Paese.
    L'intervento della BCE a seguito del Covid, e il progetto europeo del Recovery Fund, stanno schiacciando tutti i rendimenti dei titoli di Stato della UE, e anche quello del nostro BTP si sta riducendo seduta dopo seduta.
    Sicuramente un toccasana per le casse dello Stato, ma per molti investitori questa forma di investimento sta perdendo interesse.
    Le emissioni del nostro Tesoro hanno attualmente tasso negativo fino ai 4 anni, ed è solamente dalle durate oltre gli 8 anni che si supera il mezzo punto percentuale di rendimento.
    L'1% oggi si ottiene soltanto investendo in titoli con durata superiore ai 15 anni.

    Banche e compagnie assicurative sono sempre i principali detentori di titoli governativi italiani.
    Basti pensare che a fine Giugno i titoli di Stato italiani pesavano per il 42% degli investimenti totali delle compagnie assicurative (ben 758 miliardi di euro).
    In Europa le compagnie italiane sono seconde solamente a quelle spagnole per affezione ai titoli di Stato domestici.
  • 2 - 1:1, UN RAPPORTO CHE NON PUO' REGGERE

    In base alle recenti stime OCSE, già oggi l'Italia è il Paese con il numero maggiore di pensionati ogni 100 lavoratori: 70.
    La situazione è destinata a peggiorare in prospettiva.
    Tra 30 anni, secondo le stesse previsioni, nel 2050 ogni 100 occupati ci saranno ben 100 pensionati.
    In prospettiva ogni occupato pagherà l'assegno a un pensionato, con la conseguenza che senza la creazione di nuovi posti di lavoro mancheranno i soldi per gli assegni previdenziali.
    Ricordo che il sistema italiano funziona a ripartizione: le pensioni sono pagate con i contributi di chi, nel frattempo, lavora.
    Ricordo inoltre che l'assenza di crescita economica causa anche una riduzione dell'assegno previdenziale pubblico, dal momento che nel sistema contributivo introdotto nel 1996 dalla riforma Dini, il montante accumulato ogni anno viene rivalutato in base al PIL dell'Italia.
    Un Paese che cresce poco (o peggio, non cresce) produce anche basse pensioni.
    Il tema è molto preoccupante soprattutto, ma non solo, per i giovani che sono già alle prese con precarietà e buchi contributivi.
    Il rapporto tra spesa per pensioni e PIL è previsto al 15,5% nel 2019, e salirà al 15,9% nel 2022 per effetto della minor crescita rispetto alla spesa pensionistica.

    Ho letto circa un mese fa che il bilancio 2020 dell'INPS già porta inevitabilmente i pesanti segni dell'emergenza economica provocata dalla pandemia, con un risultato negativo per oltre 26 miliardi, quasi 20 in più di quanto previsto un anno fa quando il Covid non aveva neppure un nome.
    Pesano 15 miliardi di minori contributi per le sospensioni decise dal Governo, e 4 miliardi per la cassa integrazione.
    La copertura verrà assicurata dai classici e continui giroconti statali, ma è palese che la situazione si protragga ormai da anni.
    Con il Covid si sta accelerando un processo, già prima, lento e inesorabile.
    Tutto questo, se consideriamo che siamo oggi, dopo il Giappone, il secondo paese più longevo al mondo, e che nascono troppi pochi bambini, incontra un processo demografico segnante, oltre che già segnato.

    "Affinché il sogno si possa realizzare, si raccomanda di costituire per tempo una previdenza privata: considerato il lungo orizzonte d'investimento, ne risultano interessi composti particolarmente elevati".
    Lo suggerisce anche Credit Suisse.
  • 3 - INCROLLABILE: LE 7 VERITA' SUL FUNZIONAMENTO DEI MERCATI FINANZIARI (2 DI 2)

    Due settimane fa, nella mia 7 Notizie in 7 Minuti, ti ho parlato di Tony Robbins e di INCROLLABILE - manuale per la libertà finanziaria, trattando delle prime 3 Verità di Libertà a proposito dei mercati finanziari.
    Oggi voglio chiudere il cerchio, parlandoti delle altre 4 Verità che ti possono aiutare ad investire e a guardare senza paura all'andamento nel tempo dei mercati e degli investimenti.

    - Verità di Libertà 4: il mercato azionario sale nel tempo nonostante numerose battute d'arresto nel breve periodo.
    Anche se ci imbattiamo in un numero enorme di vuoti d'aria lungo il percorso, è dimostrato che il mercato finanziario sale sul lungo periodo.
    Il mondo, in questi ultimi quarant'anni, ha avuto la sua buona dose di problemi, tra cui due Guerre del Golfo, l'11 Settembre, i conflitti in Iraq e in Afghanistan, la peggior crisi finanziaria dalla Grande Depressione, il Covid in questo 2020 e non solo...
    Nonostante tutto, il mercato finanziario ha riportato una crescita molto importante a eccezione di otto annate.
    Questo significa che dovremmo sempre ricordare che la traiettoria a lungo termine è molto probabilmente positiva, anche quando sul breve periodo le notizie sono sconfortanti e il mercato prende mazzate.
    Il mercato azionario, in questo caso statunitense, tipicamente si innalza nel corso del tempo perché l'economia si espande quando le aziende diventano più redditizie, i lavoratori diventano più efficienti e produttivi, la popolazione cresce e la tecnologia stimola l'innovazione.
    Questo non vuol dire che ogni azienda, o ogni singolo titolo, farà bene nel tempo.
    Come sappiamo, il mondo degli affari è una giungla darwiniana!
    Alcune aziende moriranno e il valore di alcuni titoli andrà a zero.
    Ma cosa succede se il futuro economico dell'America dovesse essere pessimo?
    E' una domanda legittima, perché sappiamo tutti che ci sono delle sfide serie, come la minaccia del terrorismo, del riscaldamento globale, o del debito previdenziale.
    Ciononostante stiamo parlando di un'economia incredibilmente dinamica e resiliente, caratterizzata da potenti tendenze in grado di guidare la crescita futura.
    Nel suo rapporto annuale 2016, Warren Buffett ha affrontato approfonditamente questo tema, scrivendo che la magia dell'economia americana resta viva e vegeta, aggiungendo che "per 240 anni è stato un terribile errore scommettere contro l'America, e non è questo il momento di iniziare".

    - Verità di Libertà 5: storicamente i mercati ribassisti si sono presentati ogni tre o cinque anni.
    Spero che tu stia iniziando a capire perché è una buona idea essere un investitore a lungo termine nel mercato azionario, e non un trader di breve periodo.
    E spero sia altrettanto ovvio che non c'è bisogno di vivere nella paura di una correzione, perché le correzioni avvengono regolarmente e nessuno può prevedere quando accadrà.
    Il mercato poi di solito rimbalza rapidamente, riprendendo la sua traiettoria verso l'alto.
    Qualsiasi timore che tu abbia mai provato dovrebbe trasformarsi in potere.
    Devi sapere innanzitutto che dal 1900 al 2015 si sono verificati 34 bear market (mercati orso, in ribasso).
    In media quasi una volta ogni 3 anni.
    Più recentemente, dal 1946, i mercati ribassisti si sono verificati leggermente meno frequentemente: 14 in settant'anni.
    Un mercato orso ogni 5 anni di media.
    A questi ritmi, se hai cinquant'anni, potresti viverne facilmente altri otto o dieci!
    Sappiamo tutti che il futuro non sarà però una replica esatta del passato.
    Tuttavia è utile studiare il passato per ottenere un'idea generale dei modelli ricorrenti.
    Come dice il proverbio, "La storia non si ripete, però fa rima".
    Storicamente l'indice azionario americano S&P500 è sceso in media del 33% durante i bear market.
    In oltre 1/3 dei mercati ribassisti l'indice è crollato di oltre il 40%.
    Non una passeggiata di salute.
    "Come mi sento quando il mercato scende, magari anche del 50%? Onestamente mi sento male. Mi viene un nodo allo stomaco. Dunque cosa faccio? Tiro fuori un paio dei miei libri su 'come mantenere salda la rotta' e li rileggo!".
    Questo era solito dire il fondatore di Vanguard, Jack Bogle, quando ancora era in vita.
    Molti consulenti, purtroppo, cadono vittima della stessa paura e si rifugiano sotto le loro scrivanie durante questi tumultuosi periodi.
    Una costante comunicazione è ciò che distingue il bravo consulente durante queste tempeste.
    La sua compagnia è il proverbiale faro che trasmette il messaggio di tenere la rotta.
    Ma ecco cosa devi sapere: il mercato orso non è certo eterno.
    Quando ti troverai nel bel mezzo di un mercato orso, noterai che la maggior parte delle persone intorno a te è consumata dal pessimismo.
    Cominciano a credere che il mercato non risorgerà più, che le loro perdite si aggraveranno, che l'inverno durerà per sempre.
    Ma l'inverno non è eterno, segue sempre la primavera.
    Gli investitori di maggior successo approfittano di tutte queste paure e dello sconforto per investire a prezzi stracciati.
    Sir John Templeton, uno dei più grandi investitori del secolo scorso, ha guadagnato una fortuna acquistando azioni a buon mercato durante la Seconda guerra mondiale, ed era solito dire "le migliori opportunità arrivano in tempi di estremo pessimismo".

    - Verità di Libertà 6: i mercati orso diventano mercati toro e il pessimismo diventa ottimismo.
    Ricordi quanto era fragile il mondo nel 2008 quando le banche erano al collasso e il mercato azionario in caduta libera?
    Quando immaginavi il futuro, ti appariva tetro e rischioso, o credevi invece che una congiuntura favorevole fosse dietro l'angolo e la ripresa stesse per iniziare?
    Il mercato finanziario (sempre americano) ha toccato il fondo il 9 Marzo 2009.
    Da allora l'indice azionario S&P500 è salito del 69,5% nei 12 mesi successivi.
    Un rendimento spettacolare.
    Un momento il mercato stava vacillando, un attimo dopo è entrato in uno dei più grandi mercati rialzisti della storia.
    Alla fine del 2016, periodo nel quale Tony Robbins stava ultimando il libro, l'S&P500 stava mettendo a segno da Marzo 2009 una crescita pari a uno strabiliante +266%.
    E' salito poi ancora in maniera poderosa.
    E non è stato un evento insolito, in quanto il modello del mercato ribassista che lascia improvvisamente spazio a quello rialzista, negli ultimi settant'anni e oltre, si è ripetuto più e più volte, non solo negli Stati Uniti.
    Capisci ora perché Warren Buffett dice che gli piace essere avido quando gli altri sono impauriti?
    Sa perfettamente quanto velocemente il mood possa passare dalla paura e lo sconforto a un esuberante ottimismo.
    Durante un mercato orso i commentatori sottolineano che la spesa al consumo è diminuita perché la gente è molto preoccupata per il futuro.
    E' un circolo vizioso: i consumatori spendono meno e le aziende conseguentemente guadagnano meno.
    E se le aziende guadagnano meno, il mercato azionario non sarà forse in grado di recuperare.
    Eppure questi periodi di pessimismo dei consumatori sono spesso il momento migliore per investire.
    Una vasta serie di mercati rialzisti è nata infatti quando la fiducia dei consumatori era al minimo.
    Perché i mercati finanziari non guardano all'oggi, ma sempre al domani.
    Ciò che più conta non è dove l'economia è ora, ma dov'è diretta in futuro.
    E quando tutto sembra terribile, il pendolo oscilla nella direzione opposta.
    In ogni caso è possibile proteggersi dalle fasi complicate dei mercati finanziari costruendo un portafoglio ampiamente diversificato a livello globale, e con varie tipologie di asset class.

    - Verità di Libertà 7: il maggior pericolo è essere fuori dal mercato.
    Non è allora possibile saltellare con successo dentro e fuori dai mercati finanziari.
    Perché, come disse Jack Bogle, "l'idea che un campanello suoni quando gli investitori dovrebbero entrare o uscire dal mercato azionario semplicemente non è credibile".
    Il problema è che sedersi a bordo campo, anche per brevi periodi di tempo, potrebbe essere l'errore più costoso di tutti.
    Perdere infatti alcune delle migliori giornate di negoziazione del mercato ha un impatto devastante sui rendimenti.
    Dal 1996 al 2015, l'S&P500 ha registrato un incremento medio annuo dell'8,2%.
    Ma se in questi anni ti sei perso i 10 migliori giorni di contrattazione, i tuoi rendimenti si sarebbero assottigliati al 4,5% medio annuo.
    E può andar peggio!
    Se ti sei perso le 20 migliori giornate, i tuoi profitti sarebbero scesi a un misero 2,1%.
    E se ti sei perso le 30 migliori giornate, i tuoi rendimenti sarebbero svaniti nel nulla.
    Uno studio di JPMorgan ha rivelato che 6 delle 10 migliori giornate di mercato negli ultimi vent'anni si sono verificate a due settimane dalle 10 giornate peggiori.
    Le turbolenze del mercato non sono allora qualcosa da temere, ma possono essere invece la migliore opportunità per balzare verso la libertà finanziaria.
  • 4 - FOCUS GIAPPONE: COME STA L'ECONOMIA DEL PAESE DEL SOL LEVANTE?

    Negli anni Ottanta, Giappone era sinonimo di tecnologia e innovazione.
    Alla fine del 1945 il PIL pro capite nipponico era crollato al 47% di quanto era nel 1940 all'inizio delle ostilità, ed equivaleva all'11% di quello degli Stati Uniti.
    Nel 1956 il PIL pro capite era già tornato al livello prebellico, nel 1973 al 69% di quello americano, e nel 1991 all'85% di quest'ultimo.
    Dal 1952 al 1991 il tasso di crescita del PIL in termini reali è stato in media del 6,8% l'anno.
    Nel 1991 il PIL giapponese era tredici volte il valore del 1952.
    Nello stesso periodo il PIL americano, per intenderci, era "soltanto" triplicato.
    Si è parlato a lungo di miracolo economico giapponese, e possiamo dire che il paese è stato l'iniziatore dell'emergere dell'Asia moderna in economia e non solo.
    Se questo è, e sarà, il secolo asiatico, quella nipponica è l'economia che l'ha aperto.
    Cha ha posto le basi per la nascita del terzo polo di crescita, dopo quelli americano ed europeo.
    Dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale che avevano drasticamente ridotto lo stock di capitale fisico, il Giappone fu protagonista di uno slancio straordinario, che ne fece in breve tempo una potenza industriale.
    Il "miracolo giapponese" era del resto trainato da una forte crescita degli investimenti: contavano per circa il 17% del PIL negli anni Cinquanta, e crebbero fino al 30,5% negli anni Settanta.

    Dagli anni Novanta ad oggi, la stagnazione seguita allo scoppio della bolla degli anni Ottanta ha fermato la tumultuosa crescita e tutto è cambiato.
    L'economia giapponese, che ne fa oggi la terza potenza al mondo, è però attualmente caratterizzata più dall'involuzione che dall'innovazione.
    Il debito pubblico è il più elevato al mondo in relazione al PIL (il 236%), e la società giapponese è fra le più "grigie" al mondo.
    Nel 1990 in tutto il paese c'erano 2.700 ultracentenari: oggi sono 70 mila.
    La popolazione è in decrescita: se fra la fine della guerra e gli anni Novanta era aumentata del 70%, da 71 a 123 milioni, dal picco di 128 milioni di abitanti nel 2010 oggi i giapponesi sono 126 milioni.
    L'invecchiamento della popolazione è certamente anche un segnale di successo, e il Giappone può vantare una quota rilevante (1/4) degli ultrasessantacinquenni che ancora fanno parte della popolazione attiva.
    Il peso dello Stato è tuttora più contenuto che altrove (la spesa pubblica vale il 39% del PIL, le entrate fiscali il 31%), ma una società così vecchia non può naturalmente avere il dinamismo dei paesi più giovani: la voglia di fare, la crescita di nuovi consumi, che una diversa composizione demografica tende a creare.

    In Europa il Giappone appare a molti una sorta di modello.
    Si dovrebbe però riflettere sul fatto che la crescita langue, e che nel corso di una sola generazione il "Giappone numero uno" è diventato il ventinovesimo paese al mondo per PIL pro capite.
    Oggi la partecipazione femminile alla forza lavoro fra i 15 e i 64 anni è grosso modo allo stesso livello dei paesi europei, ma permangono molti problemi: l'esistenza di molte università esclusivamente femminili (per quanto, in alcuni casi, eccellenti) continua ad essere un ulteriore elemento di differenziazione fra uomini e donne agli occhi dei potenziali datori di lavoro.
    Soltanto il 45% delle donne ha un contratto stabile, contro il 78% degli uomini, e questo nonostante un contesto nel quale diminuisce vistosamente il numero delle persone sposate.
    Oggi 1/4 degli uomini cinquantenni, e il 15% delle donne di quell'età, non sono mai stati sposati, e il numero continua a crescere.
    In Giappone poi, soltanto il 4% delle donne e il 6% degli uomini prende parte nell'attività imprenditoriale.

    A molti il Giappone può poi sembrare il precursore dei malanni delle economie occidentali.
    Da poco, finita inaspettatamente per motivi di salute l'era di Shinzo Abe durata 8 anni, è iniziata quella del suo secondo Yoshihide Suga.
    Se il Giappone nel sud-est asiatico rimane un modello di paese perché ha fatto da apripista all'emergere del continente, rimane in Asia una forza economica e un importante riferimento.
    A noi però interessa, purtroppo, soprattutto la fotografia di un paese vecchio, altamente indebitato, che tende a usare male il suo capitale umano e dove la voglia di intraprendere è ridotta ai minimi termini.
    Vent'anni di politiche monetarie espansive gli hanno dato ossigeno, ma non hanno risolto nessuno dei suoi problemi.
    Da europei dovremmo prenderne nota, e agire forse diversamente.
    Da Pechino tendono invece a mantenere una certa distanza.
  • 5 - UNA NUOVA GUIDA ROSA AL TIMES

    Se nella 7 Notizie in 7 Minuti di Venerdì 25 Settembre ti ho parlato di Jane Fraser, nuovo capo del colosso finanziario americano Citigroup, oggi voglio raccontarti di un'altra donna al comando, sempre in America, questa volta al timone del gruppo editoriale del New York Times.
    Il suo nome è Meredith Kopit Levien, nuovo amministratore delegato, entrata in carica poche settimane fa.
    Seconda donna e più giovane manager a ricoprire questo ruolo.

    In azienda dal 2013, entrata come responsabile della pubblicità, ha dovuto negli anni superare il crollo della pubblicità stessa patito in parallelo al calo dei lettori dell'edizione cartacea del giornale, puntando tutto sul digitale e conquistando nuovi abbonati con contenuti innovativi, oltre alle classiche notizie.
    La sua mission è molto ambiziosa: raggiungere i 10 milioni di abbonati entro il 2025.
    Nel secondo trimestre 2020, i cui dati sono stati da poco pubblicati, gli abbonati al NYTimes sono già arrivati a 6 milioni e mezzo.
    Sempre nel secondo trimestre dell'anno, per la prima volta il fatturato digitale ha superato quello cartaceo: una tappa storica nella trasformazione del quotidiano newyorkese, quotato a Wall Street ma controllato dalla famiglia Sulzberger che lo possiede dal lontano 1896.
    Fra gli attuali 6 milioni e mezzo di abbonati una quota paga non per ricevere tutti i giorni le notizie, in forma digitale o su carta, ma per accedere al sito di ricette culinarie NYT Cooking, o per fare le parole crociate con Crossword app.
    Nel secondo trimestre, per esempio, il record di 669 mila nuovi abbonati digitali è stato raggiunto grazie a 176 mila sottoscrittori delle ricette o dei giochi enigmistici, oltre ai 493 mila interessati alle news.
    Altro cavallo di battaglia di Levien sono i nuovi contenuti video e audio, come i podcast, programmi audio scaricabili da Internet e fruibili a piacimento.

    Nei 7 anni durante i quali Levien ha lavorato al NYTimes, il valore della casa editrice in Borsa è quadruplicato, contro un rialzo di "solo" il 100% dell'indice azionario americano S&P500.
    Il numero di giornalisti dipendenti è invece aumentato quasi del 50%, da 1.100 a 1.700.
    La sfida della nuova CEO è allora quella di continuare a mostrare che investire nel giornalismo di qualità è un buon affare.
  • 6 - NULLA SARA' PIU' COME PRIMA

    In base all'energy outlook di Bp (British petroleum, colosso petrolifero inglese), uscito da poco e in ritardo per includere gli effetti della pandemia sullo scenario energetico mondiale, i consumi globali di petrolio hanno raggiunto il loro picco e non riprenderanno a salire dopo la fine di questa crisi.
    Anzi, sembrano destinati a calare, e potrebbero addirittura dimezzarsi da qui al 2040, tornando ai livelli di 50 anni fa, secondo l'analisi sui dati forniti da Bp.
    Con un crollo della domanda di energia primaria del 6%, sei volte più ampio del calo imputato alla crisi del 2008, il 2020 potrebbe così passare alla storia come l'anno della svolta, anche se nel 2021 è atteso un rimbalzo importante rispetto alla caduta di quest'anno, dovuta ai blocchi della produzione un pò in tutto il mondo.
    Il rimbalzo però potrebbe non essere così marcato da farci tornare ai 100 milioni di barili di petrolio al giorno consumati nel 2019.
    La parabola dell'oro nero, che sembrava destinato a crescere ancora per decenni e invece ora potrebbe aver già scollinato, coincide specularmente con quella delle fonti rinnovabili, che negli ultimi anni hanno preso l'abbrivio e nei prossimi potrebbero decollare, sull'onda dell'elettrificazione di tutti i settori, compresi i trasporti e la climatizzazione domestica, ultimi bastioni delle fonti fossili.
    Si vede dal crescente flusso degli investimenti mondiali sull'energia verde, che ormai hanno superato la soglia dei 300 miliardi di dollari all'anno e anche nel 2020 resteranno stabili, contro un calo del 20% negli investimenti complessivi sull'energia, secondo la stima della Iea (International energy agency).

    Il paradosso è scoprire tra i grandi investitori nelle fonti verdi quegli stessi colossi petroliferi che fino a pochi anni fa erano concentrati solamente sulle trivellazioni, nella perenne rincorsa a estrarre sempre nuove risorse non rinnovabili dalle viscere della terra, e ora puntano invece sulla diversificazione.
    La promessa di Looney, nuovo capo di Bp, che qualche giorno fa ha parlato di una riduzione del 40% nell'estrazione di fossili da qui al 2030 e dell'intenzione di dimezzare la produzione di petrolio di Bp, ha sconvolto il mondo dell'energia, abituato ai consueti annunci di nuovi giacimenti e aumenti di produzione.
    Non a caso, Bp ha appena investito oltre un miliardo di dollari per entrare nell'eolico offshore di Equinor, la compagnia di Stato norvegese.
    Nella stessa direzione si muove anche Shell, che sta facendo man bassa nell'eolico tedesco e partecipa a un progetto offshore anche in Italia.
    Saipem, il colosso italiano dei servizi petroliferi, è ormai in prima linea nello sviluppo dell'eolico offshore, divenuto un ramo di attività importante quasi quanto l'estrazione di idrocarburi, e su cui ha recentemente siglato un accordo in Adriatico.
    Perfino l'Unione petrolifera italiana ha appena cambiato nome in Unem (Unione energie per la mobilità) per andare oltre il petrolio, e sfoggia ora lo slogan "per decarbonizzare davvero!".
    Goldman Sachs, banca d'affari americana, stima che lo sforzo raggiungerà i 16 mila miliardi di dollari di investimenti complessivi nel decennio, portando a un salto di qualità infrastrutturale analogo a quello che ha sospinto l'ascesa dei cinque paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) negli ultimi vent'anni.

    Tutto sta a vedere chi riuscirà a conquistare posizioni di leadership in questa gara a ridurre i consumi di fonti fossili, che nel 2019 hanno prodotto ancora i 4/5 dell'energia utilizzata per alimentare l'economia mondiale.
    L'impegno della Cina ad azzerare le sue emissioni nette entro il 2060, il Green New Deal dell'Ue, e il programma di energia pulita da 2 mila miliardi di dollari proposto dal candidato democratico Joe Biden, porteranno, se dovesse vincere, le tre maggiori economie globali a remare nella stessa direzione.
    Il grosso degli investimenti si sta concentrando sulla mobilità elettrica, un mercato nascente dove c'è ancora molto da migliorare sul fronte delle tecnologie, come dimostra anche il recente annuncio di Elon Musk, che promette una super-batteria al silicio in grado di aumentare di 1/4 l'autonomia delle sue auto e di ridurne i costi, in modo così da poter vendere una berlina elettrica a 25 mila dollari.
    Per il resto, il segmento più lanciato sull'innovazione è quello della digitalizzazione dell'energia.
    L'elettrificazione dell'energia ha bisogno infatti di sistemi digitali di controllo e monitoraggio, per la modulazione della domanda, la misurazione e la condivisione dei consumi.
    Se domani dovessimo abilitare in Italia decine di migliaia di comunità energetiche, il problema non sarebbe quello i trovare i pannelli solari, ma piuttosto sistemi maturi di condivisione.

    Certo, le transizioni energetiche richiedono decenni e non anni.
    E' stato così per il carbone e anche per il petrolio, che ha impiegato 48 anni per aumentare la sua quota dal 2% al 10%.
    Nel corso degli ultimi due secoli il sistema energetico è stato sempre guidato da un combustibile specifico.
    Inizialmente era il carbone, poi è arrivato il petrolio e successivamente sono arrivati il gas naturale, il nucleare e l'idroelettrico.
    Ora invece stanno decollando le energie rinnovabili e i biofuel.
    Insomma, il sistema energetico sta diventando sempre più variegato, con diversi combustibili che ricoprono un ruolo cruciale.
    A oggi la produzione di elettricità pulita è in rapida crescita, con uno slancio impressionante dato da eolico e solare.
    Tuttavia questo non basta.
    Anche i nostri consumi devono passare all'elettrico, per esempio con la guida elettrica, il riscaldamento elettrico o la cucina elettrica.
    Solo cambiando anche i nostri modelli di consumo possiamo veramente ridurre la dipendenza da combustibili fossili.

    Se questo passaggio, come visto, richiederà un certo tempo, le aziende in grado di fare passi in avanti in quest'ambito avranno sicure prospettive di crescita, realmente sostenibili nel lungo termine. 
    Se in ambito energetico il trend sta cambiando in maniera strutturale, anche il modo di investire deve adeguarsi all'evoluzione del settore, sempre guardando al futuro e con soluzioni di investimento in grado di anticipare i tempi per poter sfruttare e guadagnare dalle opportunità che si verificheranno.
    Ricordalo sempre, e possibilmente agisci di conseguenza affidandoti a chi ne ha le competenze.
  • 7 - UN ESERCITO DI 2,7 MILIARDI DI GIOCATORI

    Nel mondo ci sono 2,7 miliardi di videogiocatori e i videogame sono in costante espansione.
    A quasi 50 anni dalla comparsa dei primi giochi elettronici (ricordo ancora con grande affetto il Commodore 64 di mio cugino, e il mio Atari...), è nell'ultimo decennio che il settore ha iniziato una crescita verticale che porterà il comparto del gaming a valere quasi 160 miliardi di euro nel 2020, con proiezioni che arrivano oltre i 200 miliardi nei prossimi tre anni.
    Un turbo a questa crescita è arrivato anche con il lockdown, in quanto sempre più persone hanno trovato conforto nel videogioco.
    Una forma di intrattenimento, ma anche di socializzazione, premiata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità con il motto "play apart together", gioca separatamente ma insieme, grazie alla parte social e di multiplayer presente ormai in ogni titolo di successo.

    Oggi sul piatto c'è un'offerta senza precedenti, con l'idea di attirare clienti nelle più disparate modalità (smartphone, pc e ovviamente console, con l'arrivo delle più recenti versioni di Playstation e Xbox), superando quelle barriere tecnologiche ed economiche che frenano un'espansione ancora più globale.
    Negli ultimi mesi sono nate piattaforme per giocare in streaming, sul modello di Netflix, in abbonamento: al fianco di Google con Stadia, e Microsoft con xCloud (e parzialmente il servizio di Sony Playstation Now), è in arrivo Amazon con la piattaforma Luna già in fase di test negli Stati Uniti.
    La maggior parte di quel terzo di popolazione mondiale che si diletta con i videogiochi è rappresentato dai casual gamer, tiepidi appassionati che giocano per lo più su smartphone, e che non spendeno per il proprio intrattenimento operativo.
    La porzione mobile gaming da qualche anno rappresenta comunque la più importante a livello economico, e le aziende del settore vedono una platea enorme che si vuole gradualmente portare a spendere ed investire (lo fa al momento solo il 38% dei mobile gamer) su piattaforme più lucrative.

    Malgrado le molte analisi che davano per finita l'epoca delle console, sia Microsoft sia Playstation (e quindi la giapponese Sony) sono dunque pronte a lanciare sul mercato la nuova generazione di macchine.
    Perché, se a livello numerico sono "solo" 730 milioni gli utenti dei marchi citati (a cui si aggiunge Nintendo con Switch), questi giocatori hanno l'abitudine di non lesinare investimenti nella propria passione.
    Il segmento delle console rappresenta la seconda posizione nello scacchiere economico del gaming, con oltre 45 miliardi di euro di fatturato.
    Sono invece 1,3 miliardi al mondo le persone che giocano sul pc, generando ricavi per quasi 40 miliardi.
    La prima console di ultima generazione sarà allora la nuova Xbox di Microsoft, la Series X che sarà sul mercato dal 10 Novembre affiancata dalla sorella minore Series S (modello completamente digitale e senza lettore di dischi), con prezzi rispettivamente di 499 e 299 euro.
    A seguire, il 19 Novembre, sarà la volta della Playstation 5, quinta versione della macchina da gioco leader di mercato, soprattutto in Italia, che arriverà nei negozi nel 25esimo anno del marchio giapponese.
    Due versioni anche per il prodotto Sony, al prezzo di 499 e 399 euro, con una differenza giustificata dalla diversa potenza hardware della macchina.
     
    L'offerta, destinata ad ampliarsi ulteriormente in futuro, sta portando a una situazione non dissimile da quella dell'home video, caratterizzata da realtà come Netflix, Disney +, Amazon Prime Video ed Apple TV che si combattono a colpi di esclusive.
    E' da leggere in questo senso l'acquisizione monstre da parte di Microsoft della softwarehouse Bethesda per 7,5 miliardi di dollari.
    Bethesda, fondata nel 1986, è azienda storica e rinomata per la produzione di videogiochi di azione, di ruolo e di sparatutto, con ambientazioni fantasy o fantascientifiche.
    Con l'acquisizione Microsoft potrà rendere disponibili tutti i nuovi videogiochi della casa di produzione sul suo servizio in abbonamento fin dal primo giorno.

    In tutto questo dinamismo del settore gaming, anche alcune case di investimento si stanno accorgendo e aprendo alle potenziali opportunità di business delle varie aziende protagoniste, considerando anche il fatto che siamo sempre più connessi e che un americano medio, si stima, spende anche un paio d'ore al giorno per giocare con le varie piattaforme.
    Considera poi che stiamo vivendo l'età d'oro, la "Golden Age" della connettività, con velocità e volume dei dati che stanno crescendo sempre più esponenzialmente.
    Il settore potrà allora riservare interessanti sorprese, anche in ottica di pianificazione finanziaria.
  • Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere un'intervista rilasciata da Fulvio Montipò al Corriere Economia.
    Montipò, imprenditore oggi 75enne, è il fondatore di Interpump, azienda emiliana quotata in Borsa ed entrata, da fine Giugno, nel Ftse-Mib, il più importante paniere di titoli di Borsa Italiana.
    A una precisa domanda del giornalista, che gli chiedeva se fosse intenzione dell'imprenditore lasciare in futuro la Borsa per avviare una diversa e nuova fase di crescita, Montipò ha risposto: "Non lascerei mai la Borsa perché è una garanzia di impegno, di trasparenza e di grande visibilità.
    Essere quotati nel Ftse-Mib attrae l'attenzione dei grandi investitori globali e ci aiuta ad attirare talenti.
    I nostri grandi competitor sono quotati e mi piace che l'azienda sia partecipata da azionisti di tutto il mondo.
    Poi dà una carta in più sul mercato dell'M&A (quello delle fusioni e acquisizioni aziendali): molti imprenditori di aziende che acquistiamo diventano anche nostri importanti soci e nuovi compagni di squadra per continuare a restare fra le eccellenze.
    Gli azionisti di Interpump hanno avuto un ritorno medio del 13,4% l'anno dalla quotazione dell'azienda in Borsa".
    Ecco, anche a me, da Consulente Finanziario e da investitore, piace vedere la Borsa e i mercati finanziari globali proprio come li vede Montipò alla guida della sua Interpump...

    Concludo augurandoti il più possibile un sereno fine settimana.
    Un caro saluto.

    Davide