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www.davideberto.it2021-09-25
  • Ah...se avessi investito nell'indice Nasdaq dei titoli tecnologici americani nel 2009...
    Guardando il grafico dell'indice azionario risulta naturale esclamare una cosa simile.
    Investirvi allora poteva anche essere la parte più "facile".
    Quella più difficile del percorso era invece mantenere l'investimento per 11 anni consecutivi senza mai liquidarlo.
    Un interessante studio sugli accessi effettuati nel proprio home banking da parte degli investitori, dimostra come le persone dedichino un'attenzione spropositata ai propri investimenti quando le cose vanno bene.
    Finiscono quindi per guardare troppo spesso il proprio portafoglio, tentati dal vendere i "cavalli vincenti" per trarne profitto, tenendo invece in essere i "cavalli perdenti".
    Capitalizzare un'operazione in guadagno è piacevole ed è la materializzazione del nostro successo.
    Un massaggio al nostro ego, una carezza a noi stessi per dirci che siamo stati bravi.
    Il punto è molto semplice: per gli investitori è importante non guardare troppo spesso il proprio portafoglio, perché rischia di portare a comportamenti controproducenti per i loro risultati.
    "Se qualcuno guardasse la valutazione giornaliera, settimanale o mensile, della propria casa lo prenderemmo per matto...
    Eppure è quello che tendiamo a fare con i nostri investimenti".

    Ti auguro una buona lettura!
  • 1 - LA DIFFERENZA TRA RENDIMENTO REALE E RENDIMENTO NOMINALE

    Sono ancora troppe oggi le persone convinte che quando si investe sia possibile conseguire un rendimento garantito, o avere almeno la certezza del capitale investito.
    Non è più così ormai da tempo: la garanzia nel mondo finanziario non esiste più.
    Smarcato questo concetto, occorre sempre distinguere, quando si investe, tra rendimento nominale e rendimento reale.
    L'attenzione dell'investitore è sempre calamitata dal tasso di interesse, ossia dal rendimento nominale.
    Ciò che davvero conta per chi investe dovrebbe invece essere il rendimento reale, ossia la differenza tra rendimento nominale e inflazione.
    La remunerazione di un investimento e il nostro potere d'acquisto dipende infatti anche dal parametro dell'inflazione.
    Se si ottengono elevati tassi nominali in presenza di un sensibile aumento del costo di beni e servizi, il rendimento reale si riduce.
    Tale rendimento potrebbe anche azzerarsi, o diventare peggio negativo, depauperando chi detiene ricchezza.
    Questo concetto, all'apparenza molto semplice, è trascurato invece dalla maggior parte dei risparmiatori che tendono a preferire rendimenti nominali positivi seppur in presenza di un'inflazione ancor maggiore, piuttosto che rendimenti nominali nulli in assenza di inflazione.
    Un pò come dire: meglio prendere il 3% quando i prezzi aumentano del 4% (rendimento reale negativo), piuttosto che incassare zero quando c'è stagnazione dei prezzi (rendimento reale pari a zero).
    Il che spiega perfettamente le nostalgiche affermazioni di molti italiani che ricordano ancora "i bei tempi quando il BOT rendeva il 16%", dimenticando la variabile inflazione prossima, o addirittura superiore, al 20%.
    Definire con chirurgica precisione le dinamiche inflative di breve e medio termine è impossibile, in quanto dipendono da una moltitudine di fattori mai perfettamente decifrabili a priori.
    Pertanto, anche laddove vengono sottoscritte operazioni con una remunerazione predefinita, il rendimento reale rimarrà pur sempre una stima e non potrà mai essere certo.
    Considerando allora che l'inflazione esiste, seppur in continua evoluzione, chi non spende i propri soldi nel breve termine ha una delle poche certezze finanziarie assodate: se non li investe è destinato a perdere ricchezza.
    Forse non dal punto di vista nominale, ma dal punto di vista reale sì.
    A chi detiene denaro tenacemente in maniera liquida "per paura delle borse" e "perché non si sa mai", andrebbe allora ripetuto come un mantra il seguente concetto: all'investimento non c'è alternativa, se vuoi mantenere almeno inalterato il tuo reale potere d'acquisto.
    No way, no excuses.
    Pensa ad investire.
  • 2 - LE 5 PIU' COMUNI OBIEZIONI IN MERITO AI FONDI PENSIONE

    Il nostro Stato spende moltissimo in pensioni.
    Noi italiani, al contrario, dedichiamo mediamente alla costruzione della nostra prestazione integrativa risorse molto, molto residuali.
    Ma quali sono i principali motivi che allontanano le persone ai Fondi Pensione e alla previdenza complementare?
    Per rispondere a questa domanda mi viene in soccorso uno studio recente intitolato "Rapporto sullo stato dell'arte delle pensioni italiane 2017" che ha indagato in tal senso.
    Il primo sconfortante dato, conferma il dilagante analfabetismo previdenziale (oltre che finanziario), soprattutto tra i più interessati all'argomento, gli under 35.
    3 giovani su 4 non hanno conoscenze nemmeno basiche sul funzionamento delle forme di previdenza complementare.
    Vediamo di seguito quali sono le principali obiezioni portate dagli intervistati e, per ciascuna di esse, cercherò di motivare le ragioni per cui queste resistenze risultano deboli se non addirittura infondate.
    Perché non ha ancora sottoscritto un Fondo Pensione Complementare?

    1. E' troppo caro
    Sembra che al primo posto della classifica siano i costi a tener lontano gli italiani dal pilastro integrativo privato.
    In realtà, le forme di previdenza complementare costano in media molto meno rispetto ai tradizionali fondi comuni.
    Naturalmente ci sono da fare dei distinguo, perché la differenza tra fondi pensione negoziali, fondi pensione aperti e PIP assicurativi è sensibile.
    Ricordando che l'ISC (Indicatore Sintetico di Costo), reperibile nella nota informativa di ogni prodotto, considera l'insieme dei costi sostenuti dal cliente nella fase di accumulo, su un orizzonte decennale il costo medio annuo è dello 0,35% per i fondi pensione negoziali, dell'1,28% per i fondi pensione aperti, e del 2,12% per i PIP.
    Se allunghiamo l'orizzonte a 35 anni, perfettamente coerente per chi pianifica in giovane età, il costo medio annuo è rispettivamente dello 0,25%, dell'1,17%, e dell'1,75% per i PIP.
    Come sempre, si tratta dunque di scegliere con cura la soluzione più adatta.
    Ma le soluzioni efficienti ed economiche sul mercato non mancano.

    2. Sarà sufficiente la pensione pubblica
    In questo caso siamo purtroppo totalmente discostati dalla realtà.
    Figlia dell'elevato tasso di sostituzione (differenza tra l'ultimo reddito da lavoro e il primo da pensione pubblica) che ancora oggi c'è in Italia, non si considera il cambio strutturale in corso dovuto al sistema di calcolo contributivo che sostituirà presto il più vantaggioso retributivo, e dello scenario demografico contraddistinto da un innalzamento delle aspettative di vita.
    Secondo la Ragioneria generale dello Stato, il tasso di sostituzione dovrebbe ridursi fino al 60% nel 2040 per i lavoratori dipendenti del settore privato, e fino al 45% già nel 2030 per i lavoratori autonomi.
    Capitolo poi a parte per i liberi professionisti: per loro le stime sono ancora più penalizzanti e scendono anche al 35%.
    In definitiva la pensione pubblica sarà totalmente insufficiente a garantire un dignitoso tenore di vita.

    3. E' presto ora, ci penserò più avanti
    Si tratta, in questo caso, della famosa "rimandite", abitudine naturale ma molto dannosa, che procrastina ciò che andrebbe invece intrapreso quanto prima se non subito.
    Chi ci pensa e agisce ora, e non più avanti, ottiene due enormi vantaggi.
    1° avrà bisogno di un accantonamento minore, dedicando così il risparmio rimanente ad altre importanti esigenze.
    2° potrà sfruttare appieno i benefici dell'ottava meraviglia del mondo, l'effetto della capitalizzazione composta che nel lungo termine consente di ottenere un inatteso e importantissimo aiuto.

    4. Non credo nel prodotto
    Argomentiamo la risposta con i fatti e con la storicità.
    Gestione professionale del risparmio + elevata diversificazione degli investimenti + politiche di investimento più prudenti rispetto ai tradizionali fondi comuni.
    Nel decennio 2008-2017, il TFR lasciato in azienda ha reso mediamente su base annua il 2,11%.
    Ricordo che il TFR in azienda si rivaluta per legge ogni anno dell'1,5% fisso + il 75% dell'inflazione.
    Nello stesso periodo, il rendimento medio annuo è stato del 2,22% per le linee garantite dei fondi pensione, del 2,69% per le linee obbligazionarie, del 3,79% per le linee bilanciate, e del 4,21% per quelle azionarie.
    Questi rendimenti sono al netto dei costi e delle commissioni.
    In che cosa esattamente bisogna credere?
    Nella solidità dell'INPS?

    5. Nessuno me l'ha proposto
    Questo è difficile da credere vista l'importanza dell'obiettivo finale.
    Il fondo pensione, assieme ad altri strumenti di protezione, dovrebbe essere un'opzione di default.
    Non si dovrebbe parlare di altre tipologie di investimenti se prima non si è smarcata la questione.
    Il tema non ammette superficialità e approssimazione, va affrontato e risolto quanto prima.

    A queste principali obiezioni, è possibile aggiungerne un'altra che, per mia esperienza, percepisco essere abbastanza radicata: "poi non posso più cambiare idea".
    La risposta è molto semplice: non si deve tornare indietro e cambiare idea.
    L'unico cambiamento contemplato è il rafforzamento della consapevolezza che non si può aspettare, e che, come dico sempre ai miei clienti che sottoscrivono il loro Fondo Pensione, bisogna benedire il momento in cui si è deciso di partire.
    Gli stessi limiti al disinvestimento sono in realtà un'autentica salvezza: dare infatti la possibilità alle persone di attingere in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo al capitale accumulato nel fondo pensione stesso equivale a far sì che quella somma, alla pensione, non ci arriverà mai.
    Mai come in questo caso la tentazione rende l'uomo ladro.
    Ladro del proprio futuro e della propria sicurezza finanziaria.
  • 3 - HOME BIAS: SE LO CONOSCI LO EVITI

    Un paio di settimane fa ho letto ne Il Sole 24 Ore una recente dichiarazione di Visco (economista italiano e attuale Governatore della Banca d'Italia) rilasciata nel corso di un intervento all'EuroScience Open Forum di Trieste: "L'emergenza sanitaria ha fatto arretrare il PIL italiano ai livelli del 1993, mentre quello procapite è retrocesso addirittura ai livelli del 1980".
    Io nel 1980 ci sono nato.
    Mi fa sinceramente paura pensare che per effetto del Covid (ma ovviamente non solo) siano stati bruciati 40 anni di crescita e di lavoro di un intero Paese.
    Visco ha spiegato che la caduta del valore aggiunto del secondo trimestre 2020, attorno al 13% in termini tendenziali, "è stata la peggiore in tempi di pace dall'unificazione dell'Italia nel 1861".
    Ancora, "gli investimenti nell'istruzione sono insufficienti", "gli italiani non frequentano la scuola abbastanza a lungo", "gli studenti sembrano non imparare abbastanza", e "il Paese necessita di un'intensa trasformazione culturale e tecnologica".

    Per deformazione professionale mi è venuto allora spontaneo pensare al fatto che l'intera Borsa Italiana ha un'incidenza inferiore all'1% sul totale della capitalizzazione delle borse mondiali.
    Nonostante ciò, mi capita spesso di analizzare portafogli di potenziali clienti pieni zeppi di BTP, di azioni di banche e aziende italiane, e di prodotti assicurativi con sottostante una gestione separata a sua volta quasi totalmente esposta al debito pubblico del nostro Paese.
    Questa modalità di investimento che porta a prediligere le soluzioni del mercato domestico prende il nome di Home Bias.
    L'Home Bias è una distorsione cognitiva che porta un investitore a investire prevalentemente in ciò che è legato alla sua nazione di residenza.
    Questo accade perché crede di conoscere il contesto in cui investe (o si fida di qualcuno che crede questo).
    Così facendo, ci si espone, in modo quasi sempre ignaro, a un rischio davvero enorme: che cosa succederebbe se le cose in Italia dovessero mettersi male?
    L'ignorante finanziario (colui che ignora), identifica il rischio con l'oscillazione dei mercati finanziari.
    E in questi periodi di estrema volatilità sembra che il pericolo arrivi solamente dai ribassi dei mercati.
    Eppure vedo costantemente focolai di rischio (reale, economico, impattante) enormemente maggiori rispetto al rischio che la crescita di grandi aziende quotate si inceppi per qualche mese.
    L'ignorante finanziario non considera dei rischi ben più pericolosi della volatilità, dell'oscillazione e dei sali e scendi del mercato azionario.

    Questo quadro legato agli investimenti finanziari va ulteriormente ad aggravarsi se a questa assenza di diversificazione finanziaria aggiungiamo un'assenza di diversificazione "reale": immobili in Italia, pensione in Italia (e solo pubblica, non privata), soldi in Italia, sanità in Italia (e solo pubblica, non privata), datore di lavoro in Italia (magari pubblico), clienti in Italia, fornitori in Italia, fisco ovviamente italiano...
    Di fronte a una situazione "reale" così poco diversificata, l'andamento delle Borse veramente diventa l'ultimo dei problemi (a meno che tu non abbia investito il 100% dei tuoi risparmi in asset italiani).
    Se tante delle cose viste sopra (datore di lavoro, fisco, immobili...) non le possiamo cambiare, tante altre relative al mondo degli investimenti si possono modificare e migliorare, partendo dalla pianificazione finanziaria di lungo termine che oggi si può con grande facilità allocare in ogni parte del mondo.
    Questi investimenti devono essere globali e ben diversificati a livello geografico.
    Devono guardare al futuro e alla crescita economica mondiale.
    Non paga essere patriottici nel pianificare il proprio futuro finanziario.
    Allo stesso tempo, non investire per il lungo termine perché si ha paura dei mercati finanziari è come non uscire di casa per paura della pioggia, rimanendo però in casa pur sapendo di avere un serial killer nascosto in cantina...
    Non trovi?
  • 4 - UN NUOVO MODO DI INVESTIRE SI STA FACENDO LARGO

    Passare dal depositare la propria liquidità nei conti correnti ad affrontare il mondo degli investimenti illiquidi nei mercati privati (private markets) richiede qualche doppio salto mortale.
    Lo sforzo di creare strumenti finanziari adatti a supportare l'economia reale è certamente lodevole, con nuovi prodotti dedicati dai rendimenti potenziali molto interessanti, ma allo stesso tempo certamente non adatti a tutte le tasche.
    Sono strumenti adeguati principalmente a investitori dal profilo di rischio dinamico o aggressivo, e con un orizzonte di investimento di lungo periodo, in grado di riservare una certa fetta del patrimonio a questa tipologia di asset.
    Il tutto va nella direzione di avvicinare il risparmio privato, vera e propria colonna sociale del Paese in contrapposizione al sempre più elevato debito pubblico, in un'ottica di pianificazione di lungo periodo, alle imprese italiane che, spinte da un obiettivo di crescita, scelgono di aprirsi al mercato e di differenziare così le proprie fonti di finanziamento tra capitale e debito.
    Trasformare pertanto la ricchezza privata italiana in un vero e proprio carburante a favore delle aziende.

    Ma in che cosa consiste questa nuova asset class che, a poco a poco, si sta facendo largo nei portafogli dei privati investitori?
    Si tratta di investimenti alternativi rappresentativi del debito di aziende non quotate, partecipazioni nel loro capitale, investimenti immobiliari e operazioni infrastrutturali.
    L'Italia, in tutto questo, sta seguendo a ruota un fenomeno che in Europa ha già una certa tradizione, soprattutto nel Regno Unito, in Francia e in Germania.
    Se pensiamo infatti che le masse in gestione nell'intero continente, a fine 2019, superavano i 2mila miliardi di euro, e che in Italia ammontavano a soli 45 miliardi, è evidente che in nostro paese stia ancora compiendo i suoi primi passi nei confronti di queste nuove idee di investimento.
    Sono due i motivi a spingere gli investitori privati verso tutto questo:
    - la grande liquidità in cerca di remunerazione, vista la difficoltà a trovare rendimenti sul fronte obbligazionario;
    - i mercati azionari caratterizzati da una volatilità costante, e non certo ovunque a buon prezzo.
    Mentre un portafoglio in Fondi o in ETF è liquidabile e "smontabile" in poco tempo, in qualunque momento e in qualsiasi condizione di mercato, per gli strumenti illiquidi questo per definizione non può avvenire.
    Si tratta di soluzioni di investimento che vanno approcciate con la consapevolezza che, una volta sottoscritte, non possono essere vendute prima della naturale scadenza, compresa in genere tra i 6 e i 10 anni.

    In tutto questo contesto, Azimut è partita prima degli altri, e operativa da oltre 5 anni con una realtà (Azimut Libera Impresa) creata appositamente.
    L'obiettivo è quello di democratizzare e rendere accessibili a una discreta platea di clienti, forme di investimento fino a poco tempo fa riservate ai soli investitori istituzionali e alle grandi famiglie in possesso di patrimoni molto importanti.
    Oltre alle importanti potenziali performance, soluzioni di investimento legate a operazioni di private debt, venture capital, private equity, crowdfundingreal estate, consentono anche di diversificare maggiormente il portafoglio di investimento, e di renderlo meno correlato e "in balia" al quotidiano andamento dei mercati finanziari globali.
    Oggi la presenza nei portafogli più importanti di questi strumenti alternativi è piuttosto ridotta e pari soltanto allo 0,4% del complessivo.
    Eppure le aziende private valgono l'80% del PIL italiano e il 70% dell'occupazione.
    Quasi l'80% del credito alle Pmi è ancora oggi di origine bancaria, mentre nei paesi più evoluti la situazione è quasi capovolta.
    Ora è possibile accedere a tutto questo, con attenzione e possibilmente con l'aiuto di un bravo Professionista, in grado di mantenere il portafoglio d'investimento equilibrato e ben orientato al raggiungimento dei personali obiettivi di vita.
  • 5 - LA FORTUNE GLOBAL 500 CERTIFICA L'AVVENUTO SORPASSO

    Per la prima volta nella storia la Fortune Global 500 è più cinese che americana.
    Per chi non lo sapesse, la "Fortune Global 500" è la classifica annuale delle 500 più grandi aziende per ricavi al mondo.
    Nell'arco del 2019, le 500 della classifica hanno generato ricavi complessivi per 33,3mila miliardi di dollari, pari a 1/3 del PIL mondiale, e utili per 2,1mila miliardi.
    Queste 500 imprese impiegano qualcosa come 70 milioni di persone in 32 paesi al mondo.

    Anche quest'anno la prima posizione non è stata messa in discussione: a guidare la FG500 è sempre Walmart (catena di supermercati americana) con i suoi 523 miliardi di ricavi, in crescita quasi del 2%.
    Ma è un indizio importante sull'andamento dell'economia mondiale che le tre più vicine inseguitrici siano tutte cinesi: Sicopec Group, State Grid e China National Petroleum (aziende operanti nell'ambito energetico e nelle utilities).
    Il grande sorpasso di questo secolo, in termini di numero di colossi industriali, è ormai avvenuto: le aziende cinesi presenti in classifica sono 124 al cospetto delle 121 americane.
    Com'è cambiata l'economia globale negli ultimi decenni!
    Considera che nel 1990, quando venne stilata per la prima volta questa speciale classifica, nessuna azienda cinese appariva nella lista delle 500.
    In questi ultimi tre decenni l'economia del Dragone ha avuto una crescita stellare che la porta ad incalzare ora quella americana.
    Si tende a parlare sempre tanto di America e di aziende americane, ma è proprio la Cina, in realtà, a trovarsi in testa nel trend di recupero che ha interessato i mercati finanziari da Marzo in poi.
    La ragione più probabile potrebbe essere il fatto di essere ripartita ben prima di altri paesi, uscendo in anticipo dall'emergenza della pandemia.
    La performance di periodo delle aziende cinesi quotate a Wall Street, è stata infatti superiore a quella dell'intero listino azionario USA S&P500.
    Il gruppo delle aziende cinesi quotate in borsa a New York, tra NYSE e Nasdaq, è composto da ben 46 imprese, e capitanato da colossi come Alibaba, Baidu, JD, NetEase e Pinduoduo, con il settore dominante che anche in questo caso è quello tecnologico.
    Nonostante gli sforzi del governo americano di colpire e affondare la Cina, gli investitori sembrano essere ancora fiduciosi nelle potenzialità dell'economia cinese e, di conseguenza, delle sue imprese quotate in borsa.
    Come dargli torto!

    Tornando alla classifica, Amazon per la prima volta è entrata nella top ten occupando il 9° posto.
    Al 7° e al 10° posto troviamo due colossi dell'auto come Volkswagen e Toyota.
    Nelle 500 vi sono anche 6+1 aziende italiane.
    Quella più in alto, al 28esimo posto, è Exor, holding olandese degli Agnelli che controlla il gruppo Fiat-Chrysler.
    Alla 66esima posizione troviamo Assicurazioni Generali, mentre all'87esimo posto c'è stabile Enel.
    Scendendo, alla posizione 113, c'è Eni, mentre alla 310 Intesa SanPaolo grazie anche alla recentissima acquisizione di Ubi.
    In crescita, alla posizione numero 350, troviamo Poste Italiane, e, ultima delle italiane, alla 469esima Unicredit.
    La classifica Fortune Global 500, qualche indizio su come stia progredendo la crescita mondiale è certamente in grado di darlo.
    Per investire al meglio occorre guardare anche a questi dati.
  • 6 - LA PRIMA DONNA AL TIMONE DI UN COLOSSO FINANZIARIO

    Il suo nome è Jane Fraser, ha 53 anni, è sposata e madre di due figli.
    E' lei la prima donna a diventare il capo di una grande banca di Wall Street.
    Citigroup, colosso della finanza con ricavi 2019 a 74 miliardi di dollari e presente oggi in 97 paesi al mondo, ha annunciato pochi giorni fa che il prossimo Febbraio prenderà il posto dell'attuale AD in procinto di ritirarsi.
    Negli ultimi 3 anni le quotazioni di Citi in Borsa hanno perso circa 1/4 del loro valore, mentre quelle dei gruppi bancari rivali JPMorgan Chase e Bank of America si sono rivalutate del 10%.
    Commentando la propria nomina a CEO in pectore, Fraser ha promesso di preparare la banca fondata a New York nel 1811 da un gruppo di commercianti che ambivano a portare la città allo stello livello delle rivali Filadelfia, Boston e Baltimora, ad " un mondo più digitale".
    Nata in Scozia nel 1967 e laureata in economia, ha sempre lavorato fin dal 1988 nell'industria finanziaria, costruendosi nel tempo la fama di chi sa bene "aggiustare" i problemi e rilanciare le società per cui lavora.
    In Citigroup dal 2004, è da tempo impegnata nel portare più donne al vertice.
    Fraser precisa da sempre che è importante la diversità, non solo di genere: "bisogna includere anche persone di paesi diversi e provenienti da settori diversi".
    Dopo di lei, altre donne scalpitano per rompere il "soffitto di cristallo" di Wall Street, e presto anche la stessa JPMorgan Chase potrebbe vantare un CEO donna.
    Forse allora la sua scalata al vertice di Citi può spingere anche le altre grandi banche americane a tingersi più di rosa.
    Sarebbe, a mio parere per tutti, un passo importante in ottica futura.
  • 7 - DALL' ACCORDO RAGGIUNTO AL TRIBUNALE

    Ne ho parlato nella 7 Notizie in 7 Minuti del 18 Novembre dello scorso anno.
    Ora devo aggiornarti sulla fine prematura di quella che avrebbe dovuto essere la maggior operazione di sempre nel settore del lusso, l'acquisto da parte del gruppo francese LVMH del gioielliere americano Tiffany, e invece non sarà.
    Giorni di trattative serrate che, lo scorso anno, avevano portato l'imprenditore francese Bernard Arnault, l'uomo più ricco d'Europa e terzo o quarto al mondo, a rialzare il prezzo pur di aggiungere questo iconico marchio al suo già ricchissimo portafoglio di brand (da Louis Vuitton a Bulgari, da Fendi a Dior, solo per citarne alcuni), fino a mettere in gioco un ammontare complessivo di 16,2 miliardi di dollari pari a 13,7 miliardi di euro ai cambi attuali.
    Ma, mentre il tutto si perfezionava (questi accordi hanno sempre tempi lunghi per veder concretizzarsi tutti i passaggi), il mondo è stato travolto dal Covid.
    I conti non tornano più, e rendono possibili al tempo stesso operazioni che fino a prima della pandemia non erano immaginabili.
    Così, tra reciproche accuse e con un inusuale intervento del governo francese, l'operazione LVMH-Tiffany è finita in tribunale, dove, secondo i più, rimarrà ancora a lungo.
    La questione Tiffany presenta caratteristiche del tutto particolari, con un'intesa prima consensuale, poi trasformatasi in conflittuale strada facendo.
    Oggi LVMH stacca di gran lunga tutti i suoi concorrenti nell'ambito del lusso.
    Con quasi 54 miliardi di euro di ricavi nel 2019, e ben 75 marchi in sei differenti settori (dalla moda agli champagne, dai gioielli agli orologi, dalla cosmesi alla distribuzione), in attesa di conoscere quali altri sviluppi avrà l'affaire, sul mercato molte sono le speculazioni per cercare di capire dove vuole andare Arnault.
    Si era pensato che il 71enne magnate francese puntasse a un ribasso del prezzo per Tiffany, ma c'è chi ipotizza alleanze maggiori come quella con il gruppo concorrente Richemont.
    Nel frattempo, il titolo azionario del gruppo LVMH quotato in Borsa a Parigi non sembra soffrire di queste notizie, anzi, sembra apprestarsi a raggiungere il suo massimo di sempre pre Covid.
  • La scorsa settimana ho letto l'intervista rilasciata al Corriere Economia da Andrea Pontremoli, amministratore delegato dell'italiana Dallara.
    La Dallara, azienda da sempre conosciuta e operativa nel mondo delle corse, ha negli ultimi anni proficuamente collaborato con SpaceX, realtà creata da Elon Musk, per la fornitura di un componente del razzo la cui missione spaziale è stata la più importante degli ultimi anni.
    Pontremoli, ricordando questa fantastica esperienza che ha portato l'azienda da lui guidata a diversificare il proprio business, ha detto un paio di cose che mi trovano assolutamente d'accordo e che mi sento di condividere a chiusura della mia 7 Notizie in 7 Minuti.
    - Non ci sono risultati scontati, mai: l'innovazione nasce sempre dall'errore.
    - Cerchiamo di studiare il futuro, perché se lo fai sarai sempre sostenibile nel tempo, se invece ti ostini a guardare indietro finirai con l'avere seri problemi.

    Ti auguro un sereno fine settimana!
    Un caro saluto,

    Davide