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www.davideberto.it2021-09-25
  • ITALIA: LA PENISOLA DELLA PAURA.
    No. Non si tratta purtroppo del titolo di un film horror, ma di un recente report presentato dal Censis.
    Il 68% degli italiani ha paura per la propria situazione economica familiare.
    Una paura radicata nei territori e trasversale ai diversi gruppi sociali.
    La percentuale sale al 72% tra i millennials e le donne, sfiora il 75% nel Sud, supera il 76% tra gli imprenditori, e arriva all'82% tra le persone con redditi più bassi.
    Nella fase post-emergenza, la paura da contagio e la minaccia alla salute si saldano ai timori per le incerte prospettive economiche.
    La paura diventa così il principio regolatore emotivo di questa nuova stagione.
    Con la paura cresce la propensione al risparmio, ma cresce soprattutto a dismisura la liquidità.
    La liquidità nei portafogli delle famiglie, sottolineano dal Censis, è aumentata infatti di oltre 34 miliardi di euro nei tre mesi (Febbraio-Aprile) più neri dell'epidemia.
    Una cifra quasi uguale al valore del Mes per l'Italia: 36 miliardi per ammodernare il sistema sanitario nazionale.
    Risorse che si aggiungono ai 121 miliardi di liquidità accumulata negli ultimi tre anni, prima dell'esplosione dell'epidemia.
    Si tratta di una cifra pari a nove volte le risorse del Piano Marshall destinate al nostro paese per la ricostruzione del dopoguerra.
    "Cash cautelativo" lo definisce il Censis nel suo report.
    La spirale di visione tenebrosa rischia di innescare una spinta così negativa da condurre il Paese verso un ciclo di deflazione da cui sarà difficile uscire.
    La paura è, e resterà sempre, una pessima consigliera.
    Se non si fa nulla per cambiare la visione prospettica del futuro sarà complicatissimo invertire questo trend.
    Non trovi?

    Ti auguro una piacevole lettura!
  • 1 - PERCHE' PIANIFICARE (2 di 2)

    Nella precedente uscita della mia 7 Notizie in 7 Minuti, quella datata Venerdì 28 Agosto, ho voluto spiegarti che pianificare non è certo facile.
    Pianificare infatti è un processo non istintivo perché impone, tra le altre cose, di rinunciare ad una possibile spesa immediata a beneficio di una differita.
    L'attività di pianificazione è continuamente ostacolata da gabbie emotive e mentali, i cosiddetti bias comportamentali da me trattati più volte, anche in uno specifico articolo all'interno del mio sito dal titolo "FINANZA COMPORTAMENTALE, i 7 errori tipo dell'investitore".
    Se due Venerdì fa ho voluto spiegarti alcuni aspetti del perché sia oggi di fondamentale importanza attivare un processo personale di pianificazione finanziaria, eccone altri a chiusura dell'argomento.

    > Il sistema pensionistico pubblico sosterrà nel tempo prestazioni sempre meno generose a causa dell'evoluzione demografica, del passaggio al calcolo contributivo, e della zavorra delle eccessive garanzie offerte in passato.

    > In uno scenario come quello sopra descritto, che vede forti riduzioni di prestazioni attese soprattutto per i lavoratori autonomi, è fondamentale comprendere che la costruzione del proprio pilastro integrativo è una questione non più rimandabile.
    In tutto questo il fattore tempo è determinante. 

    > Un'attenzione particolare andrebbe posta nei confronti dei liberi professionisti.
    Il processo di riforma delle varie Casse, con l'abbandono della prestazione retributiva in luogo di quella contributiva, porterà in futuro a tassi di sostituzione (differenza tra l'ultimo reddito da lavoro e il primo da pensione pubblica) lordi estremamente bassi, fino anche al 30/35%.

    > L'invecchiamento della popolazione ha già portato a un aumento della spesa pubblica per prestazioni sanitarie e assistenziali.
    In uno Stato con forti problemi di debito pubblico e di crescita economica, già oggi non sono garantite tutte le prestazioni necessarie, nei tempi necessari, a tutti i cittadini.

    > La necessità di costruirsi da sé, nel tempo, un welfare integrativo è allora inevitabile: non si tratta infatti di se, ma di quando questo passaggio diventerà obbligatorio.
    Già oggi c'è un trend conclamato di rialzo della spesa sanitaria privata per oltre 40 miliardi all'anno.
    Anticipare la sottoscrizione delle coperture, sfruttando la minore età anagrafica, consente di ottenere nel tempo maggiore risparmio e maggiore protezione contemporaneamente.

    > Il patrimonio costruito con fatica serve a realizzare i progetti di vita di ognuno.
    Non è fatto allora per essere intaccato da eventi il cui rischio può essere trasferito con un'apposita polizza assicurativa.
    Assicurarsi significa anche liberare risorse che possono essere destinate a sé e ai propri obiettivi.

    > Avere figli "non ha prezzo", ma crescerli sì.
    Si rendono necessarie risorse economiche che non possono essere ignorate, e che sono anche in crescita rispetto al passato.

    > I tempi cambiano e i bisogni pure.
    Accantonare genericamente qualche risparmio per i figli è un ragionamento opportuno ma non sufficiente.
    Ci troviamo oggi ad affrontare un mercato sempre più globalizzato, con maggiori opportunità ma con costi diversi e più elevati.
    Quanto messo da parte dai genitori nella precedente generazione non può bastare.

    > Le profonde trasformazioni moderne hanno spostato in avanti il momento in cui i figli raggiungono la propria indipendenza finanziaria.
    A fronte di nuove e importanti possibilità di crescita, ci sono anche maggiori risorse da dedicare affinché "entrino in società".

    > Ogni persona ha due diverse fonti di ricchezza: la ricchezza tangibile (il capitale finanziario), e quella intangibile (il capitale umano).
    Il capitale umano può essere visto come il valore attuale di tutti i redditi futuri di una persona.
    In quanto tale è molto più elevato in giovane età, per esaurirsi poi via via verso la pensione.

    > In merito al capitale umano, proteggerlo è determinante in quanto il tempo lo trasforma in capitale finanziario.
    Se questo processo dovesse interrompersi a causa di un infortunio, di una malattia, o peggio della morte, si verificherebbe un danno paragonabile alla ricchezza nel tempo non prodotta.
    Questo rischio va trasferito grazie a strumenti assicurativi (TCM o Temporanea Caso Morte, polizza infortuni, coperture sanitarie).

    > Come visto, il capitale umano è più elevato quando si è giovani, ma non è uguale per tutti.
    Lavoratori dipendenti, autonomi, professionisti, imprenditori, hanno ognuno un reddito atteso diverso.
    Per questo motivo è importante quantificare e personalizzare la copertura assicurativa a seconda dei casi.

    > Il passaggio della ricchezza alle successive generazioni è un tema percepito poco, male e tardivamente dagli italiani.
    E' importante comprendere che se non siamo noi a decidere come e a chi trasferire il nostro patrimonio, lo farà la legge, con successione legittima, ma attraverso modalità che potrebbero non essere soddisfacenti.
    Anche il passaggio generazionale va allora pensato e pianificato per tempo.

    > Per quanto riguarda l'ambito successorio, l'Italia è considerata un paradiso in quanto il peso fiscale applicato nel nostro paese è sensibilmente inferiore a quello applicato in altri paesi.
    Tanto più alla luce dell'emergenza Covid che avrà inevitabilmente ripercussioni sulla finanza pubblica, l'attuale contesto normativo è esposto a modifiche restrittive.
    Si parla ormai da anni di un possibile inasprimento delle imposte successorie.
    Pianificare il passaggio della ricchezza attraverso apposite soluzioni di investimento finanziarie può generare allora un forte risparmio di imposte.

    > La pianificazione successoria assume, a mio parere, particolare importanza nei confronti del cliente imprenditore.
    La maggior parte delle aziende italiane è di piccole e piccolissime dimensioni.
    Molte scompaiono già alla seconda generazione.
    L'imprenditore dovrebbe esserne consapevole, e dovrebbe farsi aiutare anche ai fini della sopravvivenza della propria impresa.
  • 2 - QUELLO CHE IL DENARO CONSENTE DI FARE

    E' innegabile.
    Gli ultimi sei mesi hanno, almeno in parte, cambiato il nostro vivere quotidiano.
    E' cambiato il nostro approccio al lavoro, la relazione con le persone che incontriamo, gli amici, i familiari, il modo in cui vediamo casa.
    Quello che ahimè non cambia è il nostro modo di risparmiare e investire.
    I numeri ce li racconta l'ultimo outlook mensile dell'ABI (Associazione Bancaria Italiana):
    "I depositi hanno registrato a Giugno 2020 una variazione tendenziale pari al +6,1%, segnando un aumento in valore assoluto su base annua di circa 94 miliardi di euro.
    L'ammontare dei depositi raggiunge a Giugno 2020 un livello di 1.637 miliardi".
    Insomma, se già prima che il Covid facesse irruzione nelle nostre vite gli italiani erano indirizzati a versare risparmi e soldi quasi esclusivamente sui conti correnti, ecco che tale condizione è totalmente esplosa dopo che la pandemia ha creato sempre maggiore incertezza sul futuro.
    Quello che fa specie, è che quest'enorme massa di liquidità non trova alcun tipo di remunerazione proprio a causa del periodo di crisi che stiamo vivendo, visto che ormai in tutto il mondo i tassi di interesse sono prossimi allo zero o sono addirittura negativi, e finiscono in tal modo per vanificare una parte importante degli sforzi fatti per mettere da parte ed incrementare il denaro finito in conto corrente.
    Questa montagna di liquidità denominata Pandemia Savings o risparmio pandemico, è quello che potremmo definire anche come il risparmio della paura o, meglio ancora, il risparmio dell'ignoranza finanziaria.
    Il vero problema è anche questo: tutta la comunicazione finanziaria si concentra quasi sempre sul denaro, e non su quello che il denaro consente di fare.
    Se guardassimo davvero al denaro come "il mezzo" per realizzare un progetto, ecco che le prospettive circa il corretto uso del risparmio cambierebbero radicalmente.
    Insomma, entrando in banca, o, meglio, parlando con il proprio bravo Consulente, non ci dovrebbe chiedere: "Quanto denaro intende investire, per quanto tempo, o che rischio è disposto a sopportare?".
    Ci dovrebbe chiedere invece: "Per quale progetto della sua vita, o di quello della sua famiglia, ha bisogno di parlare con me oggi?".
    Chiara la differenza?
  • 3 - LA DIFFERENZA TRA ECONOMIA REALE ED ECONOMIA FINANZIARIA

    Per chi intende investire e far lavorare nei mercati finanziari i propri risparmi, un concetto da chiarire è quello relativo alla netta differenza che intercorre tra l'economia reale e quella finanziaria, intendendo con quest'ultima i prezzi e le oscillazioni espresse dai mercati finanziari.
    Occorre sapere che i mercati finanziari pensano e agiscono sulle aspettative.
    I prezzi delle azioni difficilmente esprimono il valore attuale di un'azienda, ma ne esprimono più probabilmente il potenziale valore futuro.
    Sono infatti le aspettative sulla produzione, sulla crescita del business e sugli utili aziendali a farla da padrone.
    Quanto più ci si aspetta che una certa azienda riesca a conquistare in futuro quote di mercato, tanto più essa esprimerà un prezzo e una capitalizzazione elevata in borsa.
    Ma nel caso in cui le aspettative dovessero andare deluse, il prezzo del titolo si sgonfierà inesorabilmente.
    Questo è il motivo per cui spesso affermo che le borse generano "valore reale" soltanto nel lungo periodo.
    E' infatti nel lungo periodo che si ha la coincidenza tra il valore atteso e il valore reale generato dalle aziende.
    Nel breve periodo, al contrario, le aspettative degli operatori spingono ad attivare azioni speculative e di market timing, che per i meno esperti possono portare spesso ad una vera e propria mattanza.
    E', ad esempio, il caso oggi di Tesla che, pur vendendo solamente poco più di 300mila auto all'anno, si trova ad avere una capitalizzazione di borsa superiore a Toyota che di auto ne vende oltre 2,3 milioni.
    Sono le aspettative sul futuro di Tesla, oltre che la fiducia che il mercato ripone sul genio di Elon Musk, ad aver spinto in questo modo il titolo azionario dell'azienda.
    Attenzione però, in un solo giorno, Martedì 8 Settembre, il titolo Tesla ha perso in borsa il 21%. 
    Per un piccolo e consapevole investitore è sconsigliabile fare scommesse su singoli titoli, e preferibile investire invece in maniera diversificata e globale, possibilmente con un'ottica di lungo periodo.
    Acquistare singole azioni richiede infatti elevate competenze, studi, tempo a disposizione e capacità di intuire dove andrà il nostro futuro economico e sociale.
    Nemmeno io personalmente (figuriamoci il risparmiatore medio italiano...) sono in grado di porre in essere analisi così approfondite e dettagliate.
    Per questo affido i miei risparmi a gestori in possesso invece di tutti i crismi necessari.
    Concentrare allora il patrimonio investibile sul rischio di mercato, in grado di inglobare l'intera economia e la sua crescita relativa, consente di avere la certezza del ritorno del capitale nel lungo periodo.
    Ricordalo.
  • 4 - L'IMPORTANZA DEL TASSO DI CAMBIO €/$

    Hai visto quello che è successo al cambio euro/dollaro da metà Maggio ad oggi?
    Probabilmente no. 
    E' certamente più una cosa da operatori finanziari.
    Nello spiegartelo, ne approfitto però anche per spiegarti perché, in qualità di investitore italiano ed europeo, questo cambio ha un impatto molto importante sulla performance dei tuoi investimenti e sul potere d'acquisto dei tuoi risparmi.
    L'andamento di questo cambio valutario è diventato un tema caldo soprattutto tra Marzo e Aprile, perché si stava verificando una corsa importante verso il dollaro che aveva portato la valuta americana a rafforzarsi in pochissimo tempo nei confronti di svariate valute.
    Il dollaro si era rafforzato addirittura nei confronti di valute considerate forti, come l'euro, la sterlina (crollata di oltre il 12% in soli dieci giorni) e lo yen giapponese.
    Escursioni di prezzo fuori dal comune per un cambio importante come l'euro/dollaro.
    Molto spesso è in occasione di situazioni estreme e di forte stress sui mercati finanziari, come accaduto appunto nel periodo Marzo-Aprile, che la galoppata verso il dollaro si fa sfrenata.
    Oggi però le carte in tavola sembrano essersi rovesciate.
    Ci troviamo infatti in una situazione opposta e di fuga dal dollaro.
    Dopo una fase di due mesi in cui il cambio si è aggirato intorno a quota 1,09 (occorrono cioè 1,09 dollari per acquistare 1 euro), il cambio ha iniziato a muoversi di brutto arrivando a toccare anche 1,19.
    Attualmente scambia attorno a 1,1880.
    Questo significa che l'euro si è apprezzato del 12% nei confronti del dollaro in quattro mesi e mezzo.
    E non si tratta solo del cambio euro/dollaro.
    Anche verso la sterlina il dollaro si è indebolito parecchio negli ultimi mesi.
    In tutto questo qualcuno ha già decretato la definitiva caduta del dollaro dal suo status di valuta di riferimento a livello mondiale.
    Di sicuro, quello che stiamo vivendo è un anno complicato per gli Stati Uniti sotto diversi aspetti:
    > é l'anno in cui i rapporti diplomatici americani, soprattutto con la Cina, sembrano arrivati ai ferri corti;
    > é l'anno delle elezioni presidenziali di Novembre nelle quali Trump si giocherà la rielezione;
    > é l'anno in cui gli USA affrontano l'aumento dei contagi da Covid-19, e sembra che non ne stiano uscendo bene secondo i dati e le notizie che si susseguono di giorno in giorno.
    La valuta a stelle e strisce è in costante calo da quando il mondo ha cominciato a superare la prima fase della crisi da Coronavirus.

    Ma che cosa significa, in termini relativi, un dollaro forte o, viceversa, un dollaro debole?
    Un dollaro forte è sinonimo di corsa dei capitali verso gli Stati Uniti in cerca di rifugio.
    Il recente indebolimento della valuta mostrerebbe allora il ritorno di una certa voglia di rischio.
    In altre parole, in teoria, l'indebolimento del dollaro significherebbe un ritorno della fiducia degli investitori nei mercati e una più alta propensione al rischio.
    Un dollaro forte inoltre causa non pochi problemi ai paesi emergenti.
    Il suo deprezzamento dovrebbe allora alleviare le pressioni su diversi paesi emergenti, soliti ad emettere il loro debito (sia pubblico che corporate o aziendale) in dollari, anziché in valuta domestica, per renderlo più appetibile agli investitori internazionali.
    Non è infatti importante solo il rendimento promesso, ma anche la stabilità della valuta di denominazione del debito perché, come detto in partenza, la valuta impatta sulla performance degli investimenti.
    E fra tutte le valute a disposizione oggi al mondo, se ancora viene scelto il dollaro una ragione pur ci sarà.
    Chiaro allora che più è importante e grossa la parte di debito denominata in dollari, più quel paese emergente sarà dipendente dall'andamento del dollaro stesso.
    Dipendente perché un titolo di Stato emesso in dollari, una volta scaduto, andrà rimborsato nella stessa valuta.
    Se nel frattempo il dollaro si è rafforzato molto rispetto alla valuta domestica, per il paese emittente debito diverrà molto più costoso scambiare la propria valuta in cambio di dollari.
    Un dollaro debole, al contrario, dovrebbe rendere meno costoso per un paese emergente indebitarsi.
    Per "valute dei paesi emergenti" si intendono, ad esempio, il rand sudafricano, il real brasiliano, il peso messicano e così via.
    Se il dollaro dovesse allora riacquistare forza, la pressione sui mercati emergenti diventerebbe rilevante.

    Ma che impatto ha un dollaro debole sui diversi tipi di asset finanziari?
    Un dollaro debole tende a favorire gli investimenti finanziari esteri e fuori dall'America.
    Un investitore americano che possiede asset europei, con un euro che si apprezza, guadagna una performance extra in valuta.
    Uno dei motivi che negli ultimi anni ha portato i mercati azionari americani a sovraperformare rispetto agli altri mercati, sta proprio nel fatto che il dollaro ha vissuto una dinamica di rafforzamento.

    Torno allora alla domanda delle domande: sta iniziando quindi l'inesorabile e definitivo declino del dollaro?
    La storia ci racconta che tutto è ciclico e qualsiasi fenomeno ha un inizio e una fine.
    Ci racconta anche che, finché la stabilità economica e politica di un certo paese perdura, la sua valuta viene usata come standard per commerci e transazioni.
    Quando però il potere politico e la rilevanza economica si indeboliscono, anche la valenza internazionale della valuta si indebolisce e può venire così sostituita da un'altra.
    Questo per dire che anche il dollaro, prima o poi, potrebbe incontrare la sua fine a favore della valuta di un'altra potenza economica e politica in grado di affermare la propria supremazia.
    Oggi è presto perché accada tutto questo.
    Quel che è certo, è che il cambio euro/dollaro è una variabile molto importante anche in ambito di investimenti finanziari, e la diversificazione (anche) valutaria è sempre importante e consigliata.
    Mai scordarsi pertanto il peso che le valute possono avere sulle performance degli investimenti, e sul potere d'acquisto dei propri risparmi.
  • 5 - DIVERSIFICARE CON STILE

    Chi conosce un pò il mercato azionario, sa bene quanto al suo interno ci possano essere importanti differenze in termini di performance e di rischiosità attesa potenziale.
    Da sempre, due grandi scuole di pensiero sono rappresentate dagli stili Value (sta per Valore) e Growth (sta per Crescita).
    Vediamo allora di conoscere meglio queste scuole di pensiero e di investimento...

    Lo stile Value vede in Benjamin Graham il suo più illustre fondamento.
    Di lui ho parlato approfonditamente anche a inizio 2019, in un articolo che puoi trovare nell'area news del mio sito.
    Nel 1949, con il suo "The Intelligent Investor", Graham gettò le basi di una modalità di investimento, resa poi ancora più celebre da Warren Buffet, fondata sull'idea di comprare titoli azionari dai buoni fondamentali a prezzi bassi.
    Selezionare allora aziende di qualità che, in determinati momenti e per svariate ragioni, non sono adeguatamente considerate dal mercato, ed esprimono di conseguenza un prezzo inferiore al loro reale valore.
    Qui nascono le opportunità di "acquistare a sconto", sfruttando così il riallineamento che verrà con il tempo.
    All'atto pratico quindi, il value investor è colui che utilizza dei criteri standardizzati di selezione per individuare i titoli sottovalutati da inserire nel proprio portafoglio.
    Queste azioni si contraddistinguono generalmente per multipli inferiori alla media (un multiplo, ad esempio, è il rapporto fra il prezzo corrente del titolo ed il suo utile atteso), e spesso per buone remunerazioni da dividendo.
    Il value investor è dunque un investitore cassettista, oculato, attento, razionale, e pronto a cogliere nei momenti di maggior panico le opportunità di acquisto che il mercato presenterà.
    Poco propenso invece a inseguire i titoli di moda, seppur contraddistinti da affascinanti prospettive future.

    Dall'altra parte, lo stile Growth si caratterizza evidentemente per tratti somatici contrapposti.
    Padre di questo approccio è considerato Thomas Rowe Price, che sin dagli anni trenta plasmò l'idea per la quale l'investimento azionario dovesse fondarsi sull'apprezzamento del capitale generato da titoli di aziende con tassi di crescita superiori alla media, anche se ciò significasse pagarli "cari", o comunque non a sconto rispetto ai competitors.
    Il growth investor non si cura quindi di selezionare dei titoli a sconto, ma predilige piuttosto i titoli dalle potenzialità maggiori, e con trend di sviluppo che lascino intendere la possibilità di raggiungere in futuro un posizionamento dominante nel rispettivo settore di appartenenza.
    Ecco allora che l'investitore fedele a questo approccio è disposto a pagare anche un sovrapprezzo, se necessario, e a rinunciare a periodici flussi da dividendo, preferendo invece che gli utili aziendali vengano reinvestiti a beneficio di una maggiore crescita del business.

    Tradizionalmente lo stile Value si presta meglio ad essere utilizzato nelle fasi di rallentamento del ciclo economico, e finanche di recessione.
    Consentirebbe infatti in simili circostanze di acquistare le grandi aziende a sconto, penalizzate dalla congiuntura dei mercati.
    Lo stile Growth, al contrario, appare preferibile nelle fasi più forti del ciclo, dove l'espansione economica spinge maggiormente le aziende più votate alla crescita.

    Ma tra Value e Growth, chi ha vinto in passato, e soprattutto chi vincerà in futuro?
    Guardando agli ultimi 15 anni del mercato azionario americano, l'overperformance dello stile Growth è piuttosto evidente e, soprattutto, non è "costata" nulla in termini di rischio.
    La rischiosità, misurata in volatilità, dei due stili è risultata infatti pressoché identica.
    Le valutazioni cambiano, tuttavia, allargando gli orizzonti mentali e temporali: andando a ritroso, infatti, si nota quanto in passato i risultati siano stati, in media, esattamente opposti.
    Negli ultimi 80 anni la normalità è stata infatti un premio di rendimento dell'investimento Value rispetto al Growth.
    Prassi interrotta soltanto nei lontani anni quaranta e ad inizio millennio.
    Dal punto di vista storico, il dominio di performance dello stile Growth appare allora essere l'eccezione, più che la regola.

    Cosa concludere dunque?
    Due aspetti sembrano interessanti.
    > E' molto importante non soffermarsi su un solo momento storico, per quanto prolungato possa essere.
    15 anni non sono pochi, eppure i risultati evidenziati in questo orizzonte temporale non consentono di generalizzare e di trarre conclusioni che rischierebbero essere affrettate e pericolose, tanto più che quest'ultimo non è stato un periodo qualsiasi.
    Anche al netto dell'interventismo delle banche centrali e del prolungato contesto dei tassi ai minimi che aiutano certamente le imprese più improntate alla crescita, non dobbiamo dimenticare il fatto che questa è l'era di pochi, grandi colossi che guidano fortemente i trend di mercato: le celebri FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google) hanno avuto un ruolo determinante che non può essere trascurato.
    > Nei precedenti casi storici in cui il Growth style ha sensibilmente performato meglio rispetto al Value, i periodi successivi sono stati caratterizzati da una rivincita del Valore.
    Sarà così anche questa volta, o il recente e prolungato dominio della Crescita è destinato a sovvertire lo schema del passato?
    Ai posteri, come sempre, l'ardua sentenza.

    Alla luce di quanto approfondito, ci tengo sempre a ricordare un concetto che dovrebbe ora apparire ancora più cristallino: la diversificazione negli investimenti finanziari non è solo di asset, di gestore, geografica, e di settore.
    La diversificazione è anche di stile.
    Non lo dimenticare.
  • 6 - UNA CRESCITA TUMULTUOSA E UNO SBILANCIAMENTO CHE FA PENSARE

    Il settore tech statunitense vale più dell'intero mercato azionario europeo, compresi Regno Unito e Svizzera.
    Lo racconta l'ultimo rapporto di Bank of America.
    Le aziende tecnologiche quotate a stelle e strisce hanno infatti oggi un valore di circa 9.100 miliardi di dollari, contro gli 8.900 miliardi di tutte le società quotate in Europa.
    Solo nel 2007, i titoli europei valevano quattro volte più dei titoli tecnologici americani.
    Il sorpasso sul continente europeo arriva proprio mentre il mercato statunitense è sempre più concentrato in titoli ad altissima capitalizzazione.
    I cinque maggiori titoli del settore (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Facebook) rappresentavano il 17,5% dell'indice azionario S&P500 a Gennaio.
    La rotazione verso la tecnologia durante la pandemia ha spinto quel numero ben oltre il 20%.
    La sola Apple ha da pochi giorni superato la soglia dei 2mila miliardi di dollari di capitalizzazione.
    L'azienda di Cupertino vale da sola quasi l'intero Pil italiano, più di qualsiasi altra azienda nella storia.
    Solo due anni fa Apple aveva stabilito un record, diventando la prima azienda al mondo il cui valore ha superato quota mille miliardi.
    Per raggiungere tale dato ha impiegato 42 anni dalla sua fondazione, per poi raddoppiarlo in soli due anni.
    Una soglia che fino a qualche tempo fa sembrava fantafinanza.
    La corsa di Amazon è altrettanto sbalorditiva.
    Il colosso delle vendite online ha visto il prezzo delle sue azioni aumentare di venti volte rispetto al valore che aveva dieci anni fa.
    Il futuro è sicuramente nelle loro mani e nelle loro tasche, ma quanto ancora potrà durare nei mercati la corsa dei titoli tecnologici americani?
  • 7 - IL SEGNO DEL CAMBIO DEI TEMPI

    Era il 22 Maggio quando ho dedicato una delle 7 notizie della mia 7Nin7M al Dow Jones, storico indice di borsa americana.
    Un indice ormai di secondaria importanza per gli investitori a Wall Street, ma tuttora prestigioso dal punto di vista dell'immagine, in quanto una sorta di "salotto buono" dell'economia USA, circolo esclusivo di appena 30 società al quale si viene ammessi anche in virtù dell'eccellente reputazione.

    Nelle scorse settimane il "DJ" è tornato a far parlare di se per la sua prima importante revisione dal 2013, che ha visto l'esclusione, dopo ben 92 anni di onorata carriera, dell'azienda icona del petrolio americano: Exxon Mobil inserita nel paniere di titoli dal lontano 1928.
    Pensa, fino al 2011 Exxon è stata la società più grande al mondo.
    E' bastato un decennio, con tutti i suoi mutamenti economico-sociali, ad archiviare quasi un secolo di storia della finanza.
    E non solo Exxon.
    Dal 31 Agosto sono state infatti depennate dall'indice azionario anche Raytheon e Pfizer, marchi illustri rispettivamente della difesa e della farmaceutica.
    Il tutto per fare spazio a Salesforce.com (azienda di cloud computing), Amgen (biotecnologie) e Honeywell (conglomerato industriale di rientro nell'indice dopo esserne uscita nel 2008), "nuovi tipi di attività che meglio riflettono oggi l'economia americana".
    Exxon da tempo non brilla in Borsa.
    Come detto, meno di dieci anni fa il colosso texano era la più grande società del mondo.
    Poi sul trono delle Blue Chips si è insediata Apple.
    E da allora è cominciato un declino quasi ininterrotto.
    Esattamente un anno fa Exxon era uscita dalla top ten delle aziende a maggior capitalizzazione.
    Fino al 2008 i titoli energetici pesavano per il 15% dello S&P500, mentre ora rappresentano solo il 2,5% del listino contro il 27,5% della tecnologia.
    Exxon aveva all'epoca una capitalizzazione di mercato di oltre 500 miliardi di dollari, scesa ora a circa 175 miliardi, con un valore di borsa diminuito nel solo 2020 del 40%.
    La recente revisione del DJ Industrial dipende anche dalla volontà di non perdere il prezioso traino dei titoli tecnologici, vero motore del rally della borsa USA.
    A rappresentare l'energia resta oggi solo Chevron.
    Del resto il comparto energetico (e i titoli petroliferi in particolare) è ormai diventato una zavorra per la crescita di Wall Street.
    Concludo segnalando che gli ultimi cambiamenti del Dow Jones hanno visto nel 2015 l'ingresso di Apple, mentre nel 2013 era stata la volta di Goldman Sachs e Nike.
    I tempi cambiano.
    Gli investimenti, per forza di cose, devono sempre adeguarsi ed aggiornarsi guardando al futuro dei trend e dell'economia mondiale.
    Ti rinnovo allora il mio invito di investire sempre guardando al futuro!
  • Lo so.
    In questa 7 Notizie in 7 Minuti ti ho parlato tanto, forse troppo, del mercato finanziario americano e di titoli azionari di colossi statunitensi.
    Si tratta pur sempre della più importante borsa valori oggi al mondo...
    Innovazione e crescita vengono ancora molto soprattutto dagli States, anche se la Cina si appresta a superarli prossimamente di slancio.
    Lo vedremo anche nella mia prossima newsletter.
    Farò allora in modo, nelle prossime uscite, di trattare argomenti più globali.
    Anche perché è a livello globale che occorre sempre investire, evitando pertanto le singole scommesse geografiche (è un lavoro da gestori).
    Ricordalo.

    Ti auguro un sereno fine settimana.
    Un caro saluto, a presto!

    Davide