Menu
www.davideberto.it2021-06-23
  • Con la diffusione del virus la prudenza si è trasformata in sfiducia nel futuro.
    L'indice di sfiducia delle imprese è sceso in questo periodo molto al di sotto del minimo toccato durante la crisi del 2008-2009.
    Una preoccupazione diffusa, che ha portato a un ulteriore aumento delle riserve di liquidità: tra Febbraio e Aprile oltre 54 miliardi di euro sono stati accantonati da famiglie e imprese nei depositi bancari, il 70% in più di quanto registrato nello stesso periodo del 2019.
    Un problema di fiducia avvolge dunque l'economia italiana, conseguenza di quanto stiamo vivendo, ma anche di quanto vissuto in passato.
    Un problema che viene da lontano e non può essere quindi sottovalutato.
    La fiducia influenza i consumi, il risparmio, gli investimenti.
    Muove l'economia, ma può anche fermarla.
    Per tornare a crescere in modo duraturo l'economia ha bisogno di investimenti che aumentino la produttività.
    Ma gli investimenti necessitano di fiducia.
    Una fiducia che rafforzi lo spirito imprenditoriale, ma favorisca anche la canalizzazione delle risorse disponibili verso una vera rinascita, grazie a strumenti di investimento realmente capaci di collegare il risparmio privato al sistema produttivo.
    Ne trarrà giovamento l'intera economia, ma anche i risparmiatori, grazie ad un nuovo equilibrio tra rischio e rendimento.

    Buona lettura!
  • 1 - VINCITORI E VINTI IN BORSA IN QUESTA PRIMA META' DEL 2020

    Dal panico del 20 Febbraio e il successivo crollo di Marzo, al recupero di fiducia con il graduale rialzo iniziato alla fine dello stesso terzo mese dell'anno.
    Si chiude così un semestre record per i mercati finanziari, più per la volatilità che per le performance delle singole borse.
    Risultati finali: Francoforte ha perso da inizio anno oltre il 9%, in linea con il Dow Jones americano.
    Il Nasdaq dei titoli tecnologici è invece in controtendenza con un +10%.
    Milano al contrario ha perso il 18% ed è tra i peggiori mercati in Europa.
    Solo Atene e Madrid hanno subito un calo superiore al 20%.
    Ancora una volta ha avuto ragione chi ha tenuto i nervi saldi e la posizione di portafoglio.
    Ancora meglio chi ha approfittato del forte sconto di momento per puntare sulle aziende di maggiori prospettive.
    Se Boeing, Exxon e General Electric hanno perso oltre il 35% del loro valore, Microsoft, Apple, Paypal, Amazon e Biomarin lo hanno invece aumentato del 50%.
    A differenza delle altre crisi, stavolta hanno perso in tanti, come la maggior parte dei titoli della vecchia industria, e vinto in pochi, cioè i giganti del tech, dell'innovazione dei processi anche in campo energetico, e del settore farmaceutico in particolare.
    Come se la pandemia avesse accelerato la corsa verso il nuovo mondo e la rivoluzione in atto, per esempio, nell'automotive, nel fintech (Wirecard a parte...) e nell'entertainment.
    Il titolo azionario del costruttore di auto elettriche Tesla, è salito ytd (year to date - da inizio anno) del 137% diventando così la casa automobilistica che vale di più oggi al mondo.
    L'azione Paypal è salita del 59%, quella Netflix del 44%, mentre il titolo Disney è sceso del 22%.
    La pandemia ha colpito energia, trasporti e turismo in modo particolare, ma in molti si attendono un recupero, dato anche l'aiuto dei governi verso settori ritenuti strategici non solo in Italia.
    Ci sono dunque delle società quotate a prezzi ampiamente sottovalutati, guardando anche alla storia delle altre crisi finanziarie tutte poi risolte con importanti guadagni nel medio periodo.
    La crisi ha anche riportato in auge la speculazione di breve termine dei trader molto attivi, con i future sul petrolio precipitati a un certo punto a valori mai avvicinati prima.
    Il tutto mentre l'oro è salito fino a 1.800 dollari l'oncia, come nel 2012.
    Forse meglio allacciare a dovere le cinture di sicurezza in vista del secondo semestre.
  • 2 - IL PESSIMISMO DELL'INCREDULITA'

    Il toro (fase di rialzo nei mercati finanziari) continua a correre da fine Marzo, ma stando a come la pensano gli osservatori avrà vita breve.
    La maggior parte di loro ritiene infatti che il peggio deve ancora arrivare, cita dati economici catastrofici e una potenziale seconda ondata di Covid-19.
    Avranno ragione?
    Nessuno può individuare con esattezza anticipatamente i punti di minimo dei mercati ribassisti.
    Tuttavia, per investire in modo efficace bisogna abbracciare la negatività.
    I dubbi dominano sempre gli inizi dei bull market.
    E' ciò che viene definito il "pessimismo dell'incredulità", un fattore alla base di qualunque nuovo ciclo rialzista.
    Ecco come funziona.
    I mercati orso provocano inevitabile confusione nella mente degli investitori.
    Di solito tendono ad avere un inizio graduale per poi continuare la propria discesa prima che si intraveda una grave recessione.
    Il sentiment del mercato peggiora lentamente.
    La flessione del mercato azionario accelera successivamente, quando il panico si fa strada e la paura prende il sopravvento.
    La più recente flessione di mercato, da fine Febbraio a fine Marzo, è stata la più rapida e violenta mai registrata, in quanto i mercati azionari hanno scontato molto velocemente i rischi di una recessione dettata dalle misure di restrizione senza precedenti.
    La conseguenza del mercato ribassista, quella di alimentare la paura, è tuttavia identica.
    La paura fa dimenticare una semplice verità: le fasi ribassiste sono sempre inevitabilmente seguite da fasi rialziste.
    Sempre.
    Queste ultime tipicamente iniziano in sordina, quando le aspettative del mercato sono così basse che basta davvero poco di non così disastroso per generare sorprese positive.
    Mentre ciò accade sono però in pochi a crederci.
    Quei pochi faranno probabilmente importanti guadagni.
    La maggior parte degli osservatori è ossessionata dalle brutte notizie, non riesce ad osservare le cose con lucidità e razionalità, e interpreterà negativamente anche i primi timidi segnali positivi.
    Prendiamo ad esempio il mercato ribassista del 2007-2009.
    In pochi avevano creduto negli enormi programmi di stimolo adottati.
    Quasi tutti credevano che non avrebbero funzionato, o che avrebbero provocato un'inflazione incontrollata con una successiva impennata del debito.
    Perfino di fronte all'inizio della crescita economica mondiale nel 2010, furono in pochi a rallegrarsene.
    Al contrario, la maggior parte degli osservatori temeva che la ripresa dell'economia potesse indurre le banche centrali a inasprire le politiche monetarie annullando il rialzo.
    Chiunque parlasse di segnali incoraggianti veniva liquidato come un idiota ottimista.
    Il "pessimismo dell'incredulità" sta prendendo piede proprio ora.
    Le notizie del rallentamento della diffusione del Covid-19 vengono oscurate dal timore di nuove ondate dell'epidemia.
    E la ripresa dei mercati finanziari?
    Liquidata come un picco glicemico delle banche centrali, sempre loro.
    Secondo gli osservatori, le risposte delle misure fiscali a livello mondiale si tradurranno in un'imminente impennata del debito.
    Sarà molto probabilmente così, sarà questa la nuova normalità.
    I primi a risentirne saranno i dati economici: disoccupazione in aumento, vendite al dettaglio e produzione industriale in difficoltà, scesa conseguente del Pil.
    La maggior parte degli esperti sostiene che i mercati toccheranno nuovamente i minimi di Marzo, se non peggio.
    Queste paure reali, ampiamente diffuse, deprimono inesorabilmente le aspettative, e questo è un fattore rialzista.
    Consideriamo l'economia.
    Se in molti si attendono un disastro, allora un esito leggermente meno terribile potrebbe far impennare i mercati finanziari.
    Dopo il minimo toccato a Marzo 2009, abbiamo dovuto attendere il terzo trimestre perché la crescita del Pil italiano tornasse positiva.
    Il picco della disoccupazione è stato raggiunto quasi un anno dopo.
    Ma a fine Giugno Piazza Affari aveva riguadagnato il 56,5%.
    Anche le azioni statunitensi avevano registrato un deciso recupero ben prima della ripresa della crescita e del picco di disoccupazione.
    I mercati molto spesso anticipano i dati economici.
    Lo stesso vale per un'eventuale seconda ondata di Covid.
    Naturalmente il ritorno del virus potrebbe essere grave.
    Ma ritornerà?
    E con quale eventuale violenza?
    Non possiamo allora sapere con certezza se la nuova fase rialzista è già in atto, quel che è certo è che i mercati finanziari non aspettano mai il segnale di via libera.
    Certamente però, quel segnale, lo aspettano fin troppi investitori, che entrando tardi sui mercati si lasciano sfuggire le notevoli opportunità di guadagno iniziali accecati dal "pessimismo dell'incredulità".
    Non seguire il loro cattivo esempio!
  • 3 - NON FARE COME QUEI PICCOLI, GIOVANI "INVESTITORI" AMERICANI

    Un nome che sembra quasi uno scherzo: Robinhood.
    Scritto tutto in una sola parola, anche se in realtà il nome esteso è Robinhood Markets, si riferisce a una piattaforma di trading online che ha dominato la scena americana degli ultimi mesi, e che si appresta a fornire i suoi servizi in giro per il mondo.
    Secondo alcuni Robinhood è state anche, almeno in parte, la risposta alle performance fatte registrare da Wall Street nel periodo più nero della pandemia.
    Ecco anche perché, a fronte di dati economici pesanti, gli indici azionari (soprattutto americani) sono riusciti a riprendersi in maniera così forte ed importante.
    Nella piattaforma investono per lo più folli giovani pronti ad andare controcorrente, con una propensione al rischio maggiore di quella degli investitori istituzionali e dei broker storici.
    Un totale di 13 milioni di clienti attivi, di cui 3 conquistati solo nel primo trimestre dell'anno, per una piattaforma che offre trading a costo zero e con zero fronzoli.
    Non richiede infatti un investimento minimo, offre frazioni di titoli costosi per chi non se li può permettere per intero, e non richiede un deposito di sicurezza.
    Lanciata solamente 6 anni fa a Palo Alto (in Silicon Valley), Robinhood ha oggi una valutazione di 8,3 miliardi di dollari alla luce degli ultimi investimenti fatti nel suo capitale da fondi di venture capital.
    In pochi anni la piattaforma, forte di un sito e di un'app di facile utilizzo, ha sbaragliato il mondo del trading online costringendo i rivali a offrire il trading azionario senza commissioni.
    Recentemente Robinhood è balzata alle cronache per il suicidio di un ventenne studente dell'università del Nebraska, convinto di aver erroneamente accumulato un passivo di 730 mila dollari nel trading di opzioni.
    Lo studente, nel suo messaggio finale, si è chiesto come si potesse dare un milione di dollari a leva a una persona priva di reddito.
    Stava in realtà solamente giocando nel mercato delle opzioni, non stava facendo reale operatività.
    L'azienda ha risposto promettendo un maggior impegno rivolto all'educazione dei suoi utenti, e devolvendo 250 mila dollari a una fondazione per la prevenzione dei suicidi.
    Dietro la tragedia c'è un boom legato al trading azionario da parte dei giovani, età media 31 anni, proprio nei mesi del coronavirus.
    Bloccati sport e scommesse sportive, e chiusi in casa dalla pandemia, in molti hanno cominciato a fare i day trader diventando una sorta di forza di mercato.
    Sono loro, ad esempio, ad aver espresso interesse per l'emissione, poi cancellata, di azioni Hertz dopo l'annuncio del suo passaggio in amministrazione controllata.
    Un'operazione ad alto rischio che nessun broker azionario avrebbe suggerito ai suoi investitori.
    Sul sito di Robinhood non si offre ricerca o analisi finanziaria.
    La generazione di profitti, in assenza di commissioni, avviene grazie all'acquisto di azioni a sconto e in blocco da parte degli specialisti nei vari listini azionari.
    Per alcuni (anche per me ...) questo boom del day trading equivale "al volante di una Ferrari dato in mano a un bambino senza patente", e può essere destinato a generare delle bolle speculative.
    A fronte allora di un boom degli investimenti azionari da parte di piccoli risparmiatori americani, spesso in controtendenza rispetto alle analisi di mercato degli specialisti, Robinhood è diventata un pericoloso fenomeno sociale dal quale, a mio parere, sarebbe opportuno tenersi alla larga.
  • 4 - POTERE E AFFARI: LA PARTITA GLOBALE SUL PETROLIO

    Non è passato molto tempo, due mesi e mezzo circa, da quando il prezzo del petrolio, per la prima volta nella sua lunga storia, è andato negativo.
    Il 20 Aprile un barile di greggio americano, il WTI, ha toccato per qualche minuto quota -37 dollari sul mercato dei futures.
    All'inizio dell'anno quotava a 61 dollari, 100 sopra.
    Ora la situazione sembra essersi nuovamente capovolta: la riapertura delle economie dopo il lockdown, e gli accordi tra i paesi Opec+ (il cartello allargato dei petro-stati) hanno spinto le quotazioni di nuovo intorno ai 40 dollari.
    Il saliscendi verosimilmente continuerà, ma chi ne ha fatto le spese?
    E soprattutto, qualcuno ci ha guadagnato e magari ci guadagnerà ancora?
    Anche se un economista liberale come John Kenneth Galbraith diceva che ogni tanto la Borsa si incarica di separare il denaro dagli stupidi, questa volta il crollo del mercato petrolifero causato dalla pandemia e dalla recessione ha prodotto danni tangibili su più fronti.
    Negli Stati Uniti, primo produttore mondiale, già 17 compagnie hanno dichiarato bancarotta.
    Secondo gli analisti si potrebbe però arrivare a 73 prima della fine dell'anno, e se i prezzi del barile rimarranno tra i 30 e i 40 dollari, altre 170 società potrebbero subire la stessa sorte nel 2021.
    Un problema non da poco per il sistema economico e finanziario americano.
    Ma anche un grosso problema politico per il presidente Donald Trump in cerca di riconferma a Novembre, già scosso dall'incerta gestione del virus e dagli scontri nelle piazze delle ultime settimane.
    E un rebus non minore anche per i paesi produttori, che confidano nelle entrate petrolifere per far quadrare i propri conti pubblici.
    Per essere in pareggio l'Iraq necessita di almeno 60 dollari al barile, l'Arabia di 76, la Russia di Putin di 42 dollari.
    Tra i tanti che ci hanno rimesso dei quattrini ci sono poi tutti quei risparmiatori che hanno investito negli Etf, i fondi che seguono passivamente l'andamento di indici o materie prime, come appunto il greggio.
    Il più famoso, lo US Oil Fund, fino a poco tempo fa aveva già perso il 70% del suo valore.
    Gli enti preposti alla vigilanza del mercato finanziario americano, Sec e Cftc, stanno indagando per verificare se i rischi per gli investitori siano stati evidenziati correttamente, ma intanto il fondo sta emettendo nuove quote per un altro miliardo di dollari.
    Quando si passa dal petrolio "fisico" a quello "di carta" le prospettive cambiano, e di molto.
    Soprattutto quanto alle dimensioni.
    Prima della pandemia sul pianeta si consumavano ogni giorno circa 100 milioni di barili di petrolio, poi scesi a 70, per poi tornare a fine anno probabilmente intorno ai 90 milioni.
    Sul Nymex, il mercato dei futures sui prodotti energetici, nel primo trimestre 2020 risultavano mediamente aperti alla fine di ogni giornata 2,2 milioni di contratti.
    Considerando che ogni contratto è pari a 1.000 barili di petrolio, si arriva a 2,2 miliardi di barili, ovvero a 22 barili "di carta" per ogni barile "fisico".
    Il tutto senza considerare gli scambi all'Ice, il mercato future europeo sul Brent, la qualità petrolifera del mare del Nord.
    Morale: il rapporto a leva 22 a 1 potrebbe addirittura raddoppiare.
    E' su questo terreno che si gioca la partita vera della speculazione, mentre andamenti e previsioni sul mercato fisico servono solo come spunto di partenza.
    Ed è nel mondo dei barili "di carta" che a farla da padroni sono le grandi trading companies internazionali.
    Hanno sede a Ginevra, Londra, nei paradisi fiscali caraibici, e movimentano miliardi di dollari ogni giorno.
    Sono gruppi privati, banche d'affari, filiali delle grandi compagnie oil&gas, da Shell, fino a Total, Bp e Aramco, a muovere volumi di petrolio multipli di quanto estraggono materialmente dal sottosuolo o dai fondali marini.
    C'è una certa differenza tra chi cerca di interpretare gli andamenti del mercato, e chi invece quel mercato lo fa.
    Ecco, le trading companies sono il mercato.
    Difficile conoscere i loro reali guadagni, spesso inaccessibili o diluiti all'interno di differenziati conti economici.
    Quello che è certo è che fanno profitti non sulla base del valore assoluto del prezzo del petrolio, ma della sua volatilità, di quanto sale e di quanto scende.
    E se è proprio la volatilità la loro importante occasione di profitto, c'è da scommettere che siano tutte già pronte a cavalcare la nuova ondata, quella del possibile rialzo.
    I segnali già ci sono: ripresa dei consumi di benzina e gasolio, l'arrivo dell'estate.
    Con le riaperture anche il jet fuel, il prezioso cherosene per gli aerei (è solo al 5% di un barile di petrolio) tornerà ad essere al centro della domanda.
    Ma tutti questi carburanti non potranno tornare disponibili con uno schiocco delle dita.
    Molte delle raffinerie che li producono sono ferme o lavorano a ritmo ridotto, e per tornare a pieno regime servirà tempo.
    Insomma, la domanda di prodotti e di petrolio potrà impennarsi prima che l'offerta sia pronta a soddisfarla.
    I prezzi potrebbero così salire e la volatilità nuovamente aumentare.
    E con essa, come sempre, i profitti dei signori dei barili di carta.
    Materie prime?
    Meglio starne fuori, o approcciarle con tutte le dovute attenzioni.
    Questo il mio personale parere.
  • 5 - FUNZIONAMENTO E VANTAGGI DEL TFM

    Pianificazione previdenziale e ottimizzazione fiscale sono due componenti da curare in consulenza finanziaria per portare valore alla clientela.
    A far da collante tra questi due temi c’è un istituto sul quale si conosce, si dialoga e si pianifica ancora molto poco: è il TFM o Trattamento di Fine Mandato.
    Se pianificato correttamente è uno strumento che può portare ottimi vantaggi sia all’impresa che all’amministratore stesso.
    Il TFM richiama concettualmente il più noto TFR (Trattamento di Fine Rapporto) che rappresenta la liquidazione del lavoratore dipendente.
    Per analogia il TFM è la forma di compenso differito che spetta all’amministratore d’azienda.
    Si tratta dunque di una buonuscita, di un’indennità che impresa e amministratore possono concordare a favore di quest’ultimo, in grado di generare ad entrambe le parti una serie di vantaggi non banali.
    A differenza del TFR che trova esplicita fonte normativa civilistica e ha una sua disciplina rigida e perimetrata, il TFM non è legiferato in modo specifico ed è di fatto lasciato alla negoziazione tra le parti.
    Non per questo, in ogni caso, è tutto consentito.
    Rimangono infatti dei principi generali che devono essere rispettati e che di seguito vado ad approfondire.
    > REQUISITI
    Dal lato pratico accade questo: alla nomina di un nuovo amministratore, l’assemblea stabilisce, oltre all’entità del suo compenso mensile, un ulteriore eventuale compenso che viene accantonato di anno in anno a titolo di TFM, da erogare al termine dell’incarico.
    Affinché ciò avvenga è necessario sussistano due condizioni: la possibilità di riconoscere il TFM all’amministratore deve risultare dallo statuto, oppure, in alternativa, dev’essere deliberato dall’assemblea dei soci con un atto di data certa antecedente l’insediamento del nuovo amministratore.
    Tali requisiti sono determinanti affinché le parti possano beneficiare dei vantaggi fiscali che vedremo a breve.
    Un altro importante aspetto da considerare riguarda l’importo dell’accantonamento: il TFM deliberato infatti non dev’essere particolarmente alto, in quanto l’Agenzia delle Entrate potrebbe scorgervi un intento elusivo.
    La misura dell’accantonamento deve rispettare il principio di ragionevolezza e di congruità che, nella prassi, è condiviso nella misura del 20, massimo 30%, del compenso annuo amministratore.
    La quota di TFM stabilita deve tener conto della realtà economica dell’azienda, del suo volume d’affari e dell’effettiva attività prestata nella stessa da parte dell’amministratore.
    E’ allora evidente la differenza rispetto al TFR, per il quale la parte accantonata a favore del lavoratore è pari al 6,91% della sua retribuzione annua lorda.
    > VANTAGGI FISCALI
    Oltre alla vocazione previdenziale, il TFM dovrebbe incontrare l’interesse delle parti per la sua favorevole natura tributaria.
    Per l’impresa, l’accantonamento a TFM diventa un costo interamente deducibile per competenza: ogni anno va dunque ad abbattere il reddito aziendale.
    Il contributo previdenziale a carico dell’amministratore è rinviato al termine dell’accantonamento.
    Per l’amministratore, invece, c’è la possibilità di beneficiare del regime di tassazione separata per tale reddito.
    Tale regime stabilisce che il reddito da tassare (nella fattispecie il TFM) non faccia cumulo con quello dell’anno in cui viene erogato, ma l’aliquota applicata in tassazione separata si calcola considerando il reddito medio dell’ultimo biennio.
    Questa è una possibilità, non un obbligo.
    Laddove la tassazione ordinaria fosse infatti più conveniente (improbabile ma possibile), la scelta del regime fiscale rimane comunque a discrezione del contribuente.
    In assenza del requisito di data certa, per l’impresa il TFM è deducibile per cassa, e dunque solamente alla fine del mandato e all’effettiva uscita finanziaria del flusso; per l’amministratore la tassazione passa da separata a ordinaria.
    Per l’amministratore il vantaggio fiscale ammonta spesso a diverse migliaia di euro.
    > COME ACCANTONARLO
    L’accantonamento a TFM è una posta del passivo di bilancio di una società: come per il TFR infatti, è un debito contratto nei confronti del lavoratore, in questo caso dell’amministratore, che verrà onorato al termine del mandato.
    Sul mercato esistono tuttavia apposite soluzioni assicurativo-finanziarie dedicate.
    In genere si tratta di polizze tradizionali che rappresentano la copertura finanziaria dell’importo liquidato a scadenza.
    Essendo tale negozio giuridico un libero accordo tra le parti, il TFM può essere anche oggetto di anticipo prima della cessazione del rapporto di lavoro.
    Come per il TFR, le motivazioni che da prassi giustificano tale richiesta sono l’acquisto della prima casa per sé o per i figli, il sostenimento di spese sanitarie straordinarie, oppure la fruizione di congedi parentali.
    Tuttavia, ancora una volta, l’assenza di stringenti normative sul TFM consente una più ampia autonomia negoziale tra amministratore e impresa.
    Interessante vero?
  • 6 - IL CLAMOROSO BUCO DI WIRECARD

    Il fintech è quel settore, molto innovativo e in forte crescita, che mette assieme finanza e tecnologia ed opera soprattutto nell'ambito dei pagamenti digitali.
    Fino a tre domeniche fa, simbolo europeo di questo mercato era l'azienda tedesca Wirecard, considerata come l'alternativa europea a PayPal.
    Wirecard era dai più conosciuta come un campione tra le imprese che utilizzano la tecnologia al servizio del settore bancario e finanziario.
    Poi un comunicato della banca centrale delle Filippine conferma la notizia, emersa nei giorni precedenti, che l'azienda ha un buco di bilancio di quasi 2 miliardi di euro.
    Non proprio spiccioli ... 2 miliardi di euro.
    Soldi che dovevano essere presenti nei conti societari e che invece non si trovano.
    Nel fine settimana successivo il suo amministratore delegato e maggiore azionista Marcus Braun si dimette, negando però ogni addebito.
    L'azienda ritira di conseguenza il bilancio 2019 e quello relativo al primo trimestre 2020.
    Il buco emerso sorprende i più, ma non tutti.
    Fin dal Gennaio 2019 una serie di scricchiolii, riportati dalla stampa internazionale, avevano sollevato dubbi sulla solidità di questo "unicorno finanziario".
    Ma facciamo qualche passo indietro nel tempo e vediamo assieme di capire la storia di Wirecard.
    L'azienda era famosa fino a poche settimane fa per essere stata la start-up del fintech che nel suo anno di gloria, il 2018, era riuscita a scalzare nientemeno che Commerzbank dal Dax30 tedesco (il segmento della Borsa di Francoforte contenente i titoli azionari delle aziende a maggiore capitalizzazione di mercato).
    Fondata nel 1999, nel 2008 Wirecard aveva un fatturato di 200 milioni di euro, salito a 271 milioni nel 2010, per poi schizzare ai 2 miliardi del 2018.
    Negli ultimi 15 anni è passata da essere una società da 300 dipendenti, attiva nella gestione dei pagamenti online per gioco d'azzardo e siti di pornografia, a colosso internazionale da 5 mila dipendenti che gestisce i pagamenti di 250 mila clienti al giorno attraverso carte di credito e prepagate, tecnologia contactless e smartphone.
    In pochissimi anni la società era arrivata a rappresentare uno dei principali titoli azionari dell'indice Dax, superando in capitalizzazione colossi finanziari come la già citata Commerz, ma anche Deutsche Bank.
    Nel 2005 l'azione Wirecard valeva 1,20 euro. 
    Nel 2018 il titolo ha toccato il massimo di 191.
    Una crescita che definire esponenziale è riduttivo.
    Anche i debiti della società, al pari del fatturato, sono lievitati dai 260 milioni del 2010 ai 3,9 miliardi del 2018.
    Ma dove li metti 3,9 miliardi di debiti?
    Come li gestisci?
    Come puoi pensare di uscirne?
    I profitti teoricamente venivano fatti intermediando i pagamenti con carte di credito con tutti i mezzi tecnologicamente più avanzati, fino anche all'intelligenza artificiale, tramite una piattaforma di servizi e una rete di centinaia di controparti terze disseminate nei paesi dove l'azienda era priva di licenza.
    L'amministratore delegato sostiene ora che il suo gioiello è stato vittima di una frode, respingendo tutte le accuse, dal falso in bilancio all'insider trading.
    La società di revisione EY non ha certificato il bilancio 2019 non avendo appunto trovato traccia dei conti Wirecard presso due banche nelle Filippine, dove si sarebbero dovuti trovare quei 1,9 miliardi che ora quasi certamente non esistono.
    Ma da diversi anni le attività in Asia e in Medio Oriente erano state additate come opache.
    In seguito a tutto questo, ovviamente, il titolo azionario dell'azienda è crollato verticalmente in pochi giorni, dagli oltre 90 euro per azione ai 2,6 attuali.
    Gli azionisti hanno in sostanza pura carta straccia in mano.
    Sotto accusa si trovano ora anche le autorità di vigilanza tedesche per una vergogna che rischia di danneggiare la reputazione e l'affidabilità della più importante piazza finanziaria europea.
    Il più grande scandalo che abbia mai investito una società quotata alla Borsa di Francoforte, appartenente al prestigioso gruppo dei titoli Dax, ancora una volta insegna come sia preferibile evitare il cattivo rischio dell'investimento specifico in singoli titoli.
    Sempre meglio diversificare i propri investimenti, rischio buono, per evitare di incappare, come in questo caso, in un azzeramento in pochi giorni del proprio capitale investito.
  • 7 - CORTILIA FA BOOM

    Nelle prime settimane dell’emergenza sanitaria ci siamo trovati a gestire un picco di domanda 5 volte superiore alla nostra capacità logistica.
    Ci siamo organizzati riducendo l’assortimento dei prodotti, da 2.500 a 1.300, per poter fare spazio in magazzino a quelli essenziali, e abbiamo tolto le fasce orarie visto che i clienti erano a casa tutto il giorno.
    Questa è Cortilia dalla voce del suo fondatore Marco Porcaro: il mercato agricolo online che mette in contatto diretto h24 consumatori e agricoltori, per 45 dipendenti e un fatturato 2019 pari a 12 milioni di euro.
    Tra Gennaio e Maggio l’azienda ha registrato un’impennata del fatturato (+150% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso), e di nuovi clienti (+300%).
    Il 98% dei nuovi utenti ha espresso, durante una recente ricerca, l’intenzione di voler utilizzare il servizio offerto da Cortilia anche in futuro.
    La situazione creatasi con la pandemia ha rotto molti pregiudizi e diffidenze nei confronti dell’e-commerce.
    Alla piattaforma aziendale si sono rivolte persone di qualunque fascia d’età, anche over 80, diffuse in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
    Netta è la maggioranza di donne (il 70% dei clienti).
    Se la crescita dell’e-commerce è stata generalizzata, Cortilia fa leva su un’offerta legata a valori come la qualità, l’artigianalità, la filiera corta e la sostenibilità di prodotti alimentari provenienti da 250 piccole aziende locali.
    Buon cibo e tecnologia messi assieme allora, per un catalogo di frutta e verdura, carne, pesce, formaggi e latticini, uova, pane, vino e birra artigianale, prodotti di bellezza e per la pulizia della casa.
    500 sono oggi i comuni serviti.
    Per chi abita a Milano, gli ordini fino alle ore 21 vengono consegnati già al mattino del giorno successivo.
    Il gap con gli altri paesi è forse allora destinato a ridursi, se consideriamo che oggi in Italia il tasso di penetrazione dell’e-commerce nell'alimentare è dell’1,5%, contro l’8% di paesi come Germania e Regno Unito.
  • Concludo questa mia 7 Notizie in 7 Minuti augurandoti un sereno fine settimana.
    Un caro saluto,

    Davide