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www.davideberto.it2021-09-25
  • Secondo un recente sondaggio promosso da Columbia Threadneedle svolto nel corso del mese di Maggio su un campione di 800 italiani, dopo la bufera scatenata sui mercati e sulle economie dal Covid-19, il 42% degli intervistati ha deciso di rivolgersi per la prima volta a un Consulente Finanziario.
    Il virus ha quindi indotto i risparmiatori ad affidarsi a un Professionista per la gestione dei propri risparmi e per il raggiungimento degli obiettivi di vita.
    Per chi non lo sapesse, i Consulenti Finanziari che prestano offerta fuori sede (cioè anche al di fuori del proprio ufficio, e direttamente a domicilio del cliente) sono dei liberi professionisti pagati con compensi variabili, la cui componente ricorrente è fatta prevalentemente da due voci:
    a) provvigioni di vendita se applicate, pari a una quota parte delle commissioni pagate dal cliente alla sottoscrizione delle soluzioni di investimento;
    b) provvigioni di gestione e mantenimento, sempre una quota parte di quelle versate dal cliente su base periodica per il servizio di consulenza e appunto gestione ricevuto.
    In linea generale tale importo è commisurato al valore medio degli investimenti e alla tipologia dei prodotti inseriti in portafoglio.
    Una soluzione di investimento di tipo azionario ha infatti generalmente dei costi di gestione più elevati rispetto ad un comparto di tipo obbligazionario.
    L'importanza di avere un bravo Consulente al proprio fianco, non vuol dire necessariamente guadagnare o puntare a guadagnare di più.
    L'obiettivo non è solo il rendimento, pur certamente importante, ma soprattutto, a mio avviso, approcciare con il cliente nel modo corretto il rischio per renderlo così prevedibile e tollerabile.
    Il Consulente preparato può dare al cliente investitore quegli strumenti che altrimenti non avrebbe in termini di conoscenze e competenze.
    In buona sostanza, il cliente tende ad acquisire serenità perché, nel prendere decisioni, non è più solo, ma consigliato e guidato.
    E tu, come la vedi in merito?

    Ti auguro una buona lettura!
  • 1 - CASH, INFLAZIONE, AZIONARIO GLOBALE: DAI TEMPI DI ITALIA '90 AD OGGI

    Alzi la mano chi, tra gli over 40, non ha un nitido ricordo delle "notti magiche" di Italia '90 cantate da Edoardo Bennato e Gianna Nannini.
    Della gioia per i gol di Schillaci, dell'amarezza per un finale che, con un pizzico di fortuna in più, davvero poteva essere indimenticabile.
    Di quel tempo, oltre al fascino dell'avventura azzurra, rimane altro.
    Uscendo dal mondo calcistico ed entrando in quello finanziario, rimangono ancora oggi solide e fervide suggestioni che non trovano riscontro empirico.
    Convinzioni che ancora distraggono il risparmiatore da ciò che è essenziale, facendo cadere una fitta nebbia che spesso non consente di intraprendere il giusto sentiero.
    Tra i più "duri a morire" c'è sicuramente il mito degli alti tassi nominali che a quel tempo un semplice conto corrente era in grado di garantire.
    Pur non toccando i livelli del decennio precedente, i tassi di interesse compresi tra il 6 e il 7% dei primi anni 90 sono sempre stati considerati come qualcosa di imperdibile, di nemmeno confrontabile con il traballante andamento dei mercati azionari.
    Ebbene, questo assioma continuiamo purtroppo a portarcelo dietro ancora oggi, visto che nemmeno i tassi di interesse negativi sono stati capaci di indirizzare verso l'economia reale il risparmio degli italiani.
    Ancora oggi si investe poco e male nel mercato azionario.
    Ma qual'è allora il prezzo di questo comportamento?
    Come possiamo quantificare il costo di questo paradigma per chi lo ha pedissequamente applicato, preferendo l'analgesico della liquidità al cospetto della volatilità dei mercati?
    Si tratta di un comportamento errato, dannoso, ed erosivo di valore per chi continua a perpetrarlo.
    Nonostante l'inevitabile oscillazione della performance annua, l'indice azionario globale MSCI World, dal 1990 ad oggi, si attesta mediamente su livelli nettamente superiori al rendimento free risk (privo di rischio) percepito dai più nella liquidità.
    Inoltre, tranne qualche sporadica rilevazione concentrata per lo più negli anni 90, l'inflazione è stabilmente più alta rispetto al tasso medio con cui è remunerato il cash.
    Depuriamo ora i rendimenti storici dell'azionario MSCI World e della liquidità proprio dall'inflazione.
    Confrontiamo quindi ciò che davvero conta: il rendimento reale dei due asset.
    Nella serie storica considerata (1990-2019) il rendimento reale annuo medio dell'MSCI World è stato pari al 6,78%, mentre quello della liquidità in conto corrente negativo dello 0,39%.
    Mentre il vituperato mercato azionario è stato allora in grado di consegnare al paziente investitore un premio al rischio di assoluto rilievo, il tanto decantato e sicuro cash ha generato un'effettiva perdita di potere d'acquisto, nonostante tassi nominali che, in alcuni frangenti storici, hanno raggiunto livelli notevoli.
    E' già evidente a questo punto il siderale divario di valore realmente prodotto dalle due alternative di investimento da una parte, e di mancato investimento dall'altra.
    Al fine però di rendere tutto il più chiaro possibile, immaginiamo di aver allocato la stessa somma di denaro a fine 1989 nelle due asset class considerate.
    Davide (nome a caso...) investe 1.000 € nell'azionario globale, Giorgio lascia invece la somma dormiente in conto.
    A distanza di 30 anni, Giorgio, che ha preferito evitare il rischio azionario privilegiando la liquidità, non solo ha nettamente perso il confronto con Davide, che ha invece investito in aziende e nella reale economia mondiale.
    Giorgio (si ritroverebbe con una somma pari a 887 €) ha perso anche potere d'acquisto, erodendo il suo patrimonio alla luce dei tassi reali negativi che hanno caratterizzato in media gli ultimi 30 anni.
    Non solo quindi si ritrova meno ricco di Davide che avrebbe visto crescere a quasi 4.500 € la sua somma investita, ma è anche più povero di prima in termini reali.
    L'ennesima conferma che si può perdere pur pensando di guadagnare.
    L'ennesima dimostrazione di quanto i tassi nominali siano una letale esca finanziaria.
    Il "catenaccio" con cui Giorgio si è mosso non ha dunque pagato, anzi.
    Tutto questo non deve portarci a pensare che la ricompensa finanziaria sia il frutto di un atteggiamento spregiudicato, aggressivo e sbilanciato di "zemaniana" memoria.
    Associare al guadagno raggiungibile attraverso i mercati azionari una vocazione speculativa, come se fosse figlio di una scommessa o di un azzardo, è profondamente distorsivo della realtà.
    L'investimento azionario, piuttosto, è figlio della scelta di canalizzare il proprio risparmio (o una sua parte) in qualcosa di estremamente concreto: aziende, persone, progetti che mediamente crescono e producono benessere.
    Parte di queste aziende non ce la fa, ma la maggioranza di loro crea ricchezza, affronta con successo le avversità e si innova migliorando.
    E' con questa consapevolezza che investire nel mercato azionario diversificato, meglio se globale, non può far altro che premiare chi lo fa senza riservare sgradevoli sorprese.
    Ed è con questa consapevolezza che andrebbe abbandonata l'errata prospettiva con cui lo si guarda, questo mercato, ancora oggi.
    Perché ad essere troppo difensivi si finisce per non vincere mai ...
  • 2 - LA SPIRALE NEGATIVA DEL POST COVID

    Nel primo trimestre 2020 la crescita italiana si è contratta del 4,7% rispetto all'ultimo quarto del 2019.
    Al di là del valore numerico della stima Istat, che significato e che conseguenze ha il calo del PIL per l'economia del Belpaese, specialmente in questa fase?
    Il prodotto interno lordo (PIL) è la misura della produzione aggregata di un paese.
    Cattura il valore della domanda aggregata, ovvero l'insieme di consumi, investimenti, spesa pubblica, esportazioni e importazioni.
    Le sue variazioni riflettono lo stato di salute dell'economia.
    Per il 2020 si parla già di una "economia al 90%" perché, secondo le stime, il lockdown taglierà almeno di 10 punti il PIL.
    Una diminuzione del prodotto interno lordo del 10% rappresenterebbe un drammatico calo del reddito nazionale, e cioè delle risorse economiche che ogni anno vengono prodotte in Italia.
    Se il territorio italiano fosse una persona, potremmo dire che quest'anno il suo stipendio sarà più basso: se prima guadagnava 20.000 euro l'anno, adesso ne percepirà solo 18.000.
    Ciò non significa che ognuno di noi perderà il 10% del proprio reddito annuo o della propria ricchezza, molti cittadini non percepiranno alcun impoverimento.
    Altri potrebbero persino guadagnare più che in precedenza.
    La perdita di reddito sarà infatti concentrata principalmente su quelle attività che a causa del lockdown si sono dovute fermare del tutto, con le conseguenze che si estenderanno a chi era in rapporto con quelle attività.
    Il periodo di chiusura forzata porterà purtroppo a una serie di fallimenti delle imprese più colpite, che non riusciranno a restituire il denaro chiesto in prestito per finanziare le loro attività.
    Il fallimento di un'azienda comporta di conseguenza la perdita di lavoro per i suoi dipendenti, i quali rimarranno senza reddito.
    Un calo della produttività porta allora con sé un aumento della disoccupazione.
    A tal proposito occorre distinguere il numero dei disoccupati (coloro che vogliono trovare lavoro), dagli inattivi (coloro cioè che non hanno un impiego ma al momento non sono nemmeno disposti a cercarlo).
    Il totale della popolazione attiva è dato dalla somma degli occupati e delle persone in cerca di lavoro.
    L'eredità che il crollo del PIL ci lascerà ce la porteremo appresso per un bel pò di tempo.
    La contrazione del reddito nazionale porterà a una diminuzione delle entrate fiscali, cioè della principale fonte di introiti attraverso cui lo Stato finanzia la spesa pubblica.
    Già nel primo quadrimestre dell'anno le entrate fiscali si sono ridotte di 5,6 miliardi di euro, pari a una flessione del 4,4%.
    Il governo si troverà quindi a corto di risorse proprio in una fase in cui la spesa è destinata a crescere per dare sostegno alle famiglie e imprese in difficoltà: per tutto questo lo Stato dovrà necessariamente indebitarsi.
    Da una parte allora più debito, dall'altra un minor reddito: il rapporto debito-PIL raggiungerà cifre mai viste prima provocando due conseguenze.
    La prima è che potrebbe diventare più costoso prendere in prestito altro denaro; la seconda è che la necessità di ridurre il debito restringerà molto lo spazio di manovra del governo, che potrebbe essere costretto a misure di austerità.
    Le istituzioni europee saranno allora per noi ancora più importanti.
    Anche se lentamente, e non senza contrasti, si sono attivate per fronteggiare la pandemia.
    Molto dipenderà dalle misure varate dall'Unione Europea e dalla Banca Centrale Europea, che ha già cominciato a fare da "cuscinetto" riducendo l'impatto del debito sui tassi di interesse.
    Tuttavia, l'acquisto massiccio di titoli di Stato da parte della BCE non potrà durare a lungo.
    L'Unione Europea sta supportando il nostro Paese, ma l'impatto del crollo del PIL nel lungo periodo dipenderà dalle scelte politiche ed economiche che verranno prese in Italia.
    Le difficoltà di oggi non si esauriranno con la pandemia, che non è nemmeno la sola causa, visto che l'avvento del Coronavirus ha solo accelerato alcuni processi già in sviluppo e messo in luce molte debolezze dell'economia italiana.
    Se pensiamo che molti indicatori economici non erano ancora tornati ai livelli precedenti la crisi del 2008, ci rendiamo conto che ci vorrà molto tempo perché la nostra economia, attanagliata da grossi problemi strutturali almeno da trent'anni, possa finalmente tornare un'economia "al 100%".
    Sarebbe allora necessario riprendere al più presto il percorso di riforme strutturali che puntino sul concetto di crescita, anziché su quello di debito.
    Lo scenario post Coronavirus sarà allora molto complicato: bisognerà rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro insieme per (ri)costruire un futuro.
  • 3 - RISCHIO DI NUOVI SALVATAGGI BANCARI ALL'ORIZZONTE?

    La mina dei crediti deteriorati che il Coronavirus ha innescato è destinata inevitabilmente a esplodere, manifestandosi così sui conti delle banche.
    Anche per questo motivo, da clienti, bisognerà tenersi pronti e attenti a ogni evenienza.
    Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, lo ha detto recentemente a chiare lettere: "nel medio periodo, malgrado i progressi conseguiti negli ultimi anni, la profondità della recessione non potrà non avere effetti sui bilanci bancari".
    Dopo il lavoro di pulizia dei crediti deteriorati fatto negli ultimi quattro anni, che ha permesso di ridurre di 2/3 l'ammontare degli NPL (non performing loans o crediti deteriorati appunto), il comparto bancario dovrà insomma allacciarsi nuovamente le cinture di sicurezza e prepararsi a una nuova ondata di accantonamenti destinata a erodere redditività e, in alcuni casi, lo stesso capitale degli istituti.
    Ma qualora si rivelasse necessario, sottolinea il governatore, "si dovrà essere pronti a percorrere soluzioni che salvaguardino la stabilità del sistema", valutando anche il ricorso a strumenti che agiscano in via preventiva per banche che versino in una situazione di "serie, anche se presumibilmente temporanee difficoltà".
    Il tema, va detto, è più che altro di prospettiva.
    L'accumularsi di nuovi crediti deteriorati nei bilanci delle banche sarà probabilmente rallentato in quanto gli effetti reali della pandemia si manifesteranno ragionevolmente in tutta la loro magnitudo a partire dai prossimi trimestri, e in particolare nel corso del 2021.
    La notizia positiva, in tutto questo, è che le banche italiane oggi sono più solide del passato, e possono presentare quindi mediamente una maggiore resistenza all'urto.
    Ovviamente non tutte le banche sono però ugualmente solide.
    Il collasso dell'attività produttiva rischia allora di aggravare i problemi di alcuni istituti non dotati di ampie riserve patrimoniali, in particolare le banche di piccole dimensioni e con modelli di attività tradizionali che già oggi mostrano segnali di fragilità, e che in futuro potrebbero avere la necessità di un supporto esterno.
    Il settore negli anni ha fatto notare una certa timidezza nell'affrontare la sfida dell'innovazione, e non è stato in grado (o non ha voluto) attrarre persone con competenze nuove, che possano favorire il rinnovamento tecnologico.
    Ora assistiamo, da un lato, all'inevitabile battuta d'arresto degli investimenti, e, dall'altro, questo evento sta facendo crescere in modo incredibile la domanda di servizi digitali da remoto.
    Mai come oggi il consolidamento tra banche, soprattutto di piccola e media dimensione, da realizzare anche tramite operazioni di partnership, può allora rivelarsi proficuo.
  • 4 - QUANTO VALE UN PIANO DI ACCUMULO?

    Secondo la mitologia greca, Dioniso un giorno perse di vista il suo vecchio maestro Sileno che, ubriaco, si smarrì per boschi. 
    Sileno fu ritrovato dal re della Frigia, Mida.
    Mida lo riportò allora da Dioniso che, felice di aver ritrovato il suo vecchio maestro, gli donò il potere di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse.
    Questa virtù, diventata proverbiale, si presta a mio parere perfettamente a una strategia finanziaria antica ma sempre valida, l'accumulazione.
    Ogni buon Consulente Finanziario sa bene quanto sia importante abituare ciascun cliente ad attivare piani di accumulo (PAC) per rispondere ad esigenze specifiche di medio-lungo termine.
    La strategia di accumulazione porta in dote a chi la attiva una serie di vantaggi, alcuni dei quali sempre presenti, mentre altri bisognosi di determinate condizioni per potersi esprimere al meglio.
    Due almeno sono le enormi virtù di cui beneficia chi decide di investire seguendo questo approccio:
    - la prima è la possibilità di trasformare il reddito in patrimonio.
    L'accantonamento periodico, puntuale e sistematico, determina il trasferimento di risorse dal conto economico di un investitore (il c/c) al suo stato patrimoniale (il deposito titoli).
    Già questo concetto dovrebbe essere motivo sufficiente per alimentare un piano di accumulo, dividendo gli importi per comparti e cassetti mentali, cosa che il nostro cervello tanto suggerisce.
    - la seconda caratteristica, di natura strettamente comportamentale, è quella per cui l'accumulazione anestetizza l'emotività.
    Aiuta infatti ad avere lo sguardo fisso sull'obiettivo, e a non farsi distrarre dalle tante interferenze che i mercati sanno generare nel breve termine.
    In aggiunta a queste virtù, ci sono altri punti di forza che la strategia del PAC è in grado di sprigionare, a patto tuttavia che si attivi il processo secondo determinate modalità.
    Nello specifico, ciò che non deve mai mancare ogni qualvolta si attivi un PAC è soprattutto un ingrediente: la volatilità dell'investimento sottostante, ossia lo scostamento dei continui prezzi di acquisto del piano.
    Se infatti accumulare su indici e soluzioni di investimento a contenuta rischiosità è possibile, è altrettanto vero che tale sentiero non è la soluzione ottimale.
    Qual'è infatti il senso e il vantaggio, in termini finanziari, di procedere ad un investimento frazionato su prodotti caratterizzati da un rapporto rischio/rendimento molto prudente, o che fanno del contenimento della rischiosità la loro ragione di esistenza?
    In circostanze di questo tipo, meglio il versamento spot e non continuo nel tempo, rispettando il corretto orizzonte temporale.
    Accumulando invece su mercati e strumenti volatili, contraddistinti anche da fasi di turbolenza, ci sono elevate possibilità di raggiungere risultati impensabili investendo invece in un'unica soluzione.
    Non è solo la strategia di accumulazione a pagare, ma il beneficio appare direttamente correlato alla frequenza con la quale si investe, anche e soprattutto nei momenti di più marcata difficoltà dei mercati finanziari.
    Quanto può valere dunque una strategia di accumulo?
    Trasformare la rischiosità dell'investimento da temuto spauracchio ad affidabile complice del processo di investimento è qualcosa di impagabile.
    Molte volte inoltre l'efficienza della strategia è più importante dell'efficienza del sottostante.
    PAC costruiti anche in mercati finanziari che da anni non sono in grado di generare apprezzabili risultati, come ad esempio l'indice azionario italiano, sono riusciti nel tempo a generare rendimenti molto positivi.
    A cosa serve investire in indici e mercati particolarmente efficienti, se poi c'è la concreta possibilità che l'investitore venga disturbato dalle oscillazioni di breve periodo, al punto di chiudere le posizioni in perdita creando così un gap incolmabile tra il suo rendimento e quello del mercato sottostante?
    In Europa, nel solo mese di Marzo, sono usciti dai fondi azionari 49 miliardi di euro.
    Mai così tanti prima ...
    Tutto capitale che non ha di conseguenza beneficiato del recupero del mercato partito dal 24 del mese.
    Ecco allora che dotarsi di una strategia dall'efficacia ampiamente tracciata, consente non solo di migliorare la performance estraendo valore anche da investimenti non sempre brillanti.
    Come Re Mida allora, l'accumulazione ben costruita può trasformare in prezioso anche ciò che di suo, prezioso non lo sarebbe.
    Ma prima ancora, consente di mettere un bavaglio alle naturali inclinazioni che il nostro sistema primordiale attiva ogni volta che percepisce una situazione di pericolo, dalla quale si fa sempre gran fatica a difendersi.
    Quanto può valere allora, oltre al mero rendimento, una buona strategia di accumulo?
    A te la risposta.
  • 5 - LA CRISI DEL CREDITO E GLI ANGELI CADUTI

    La maggior preoccupazione percepita oggi dai grandi gestori di fondi mondiali, e non solo, è la possibilità di una seconda ondata della pandemia, paventata dal 52% degli intervistati nell'ultimo sondaggio di Bank of America.
    Al di là dell'ambito azionario degli investimenti, quel che più può sorprendere è il rischio di una nuova crisi del credito, temuta ad Aprile dal 30% dei gestori, e ora indicata da meno del 10% degli intervistati, sollevati probabilmente dall'aver visto rendimenti e spread dei titoli obbligazionari in forte riduzione dal picco di fine Marzo: pur in presenza di declassamenti dei debiti societari che già s'avvicinano al record del 2008, e un numero di fallimenti in rapida ascesa.
    Quel processo di rimozione del presente, in atto da più di due mesi sulle borse, è dunque vivo anche nel credito: tutti i mali provocati dalla pandemia possono essere annullati da una futura, vigorosa ripresa.
    Ma una latente crisi del credito ha tempi di gestazione più lunghi, e quando si manifesta ha effetti devastanti, come nel 2008, tali da trasformare una recessione in una seria depressione.
    L'atto di fede su cui si fonda la ritrovata baldanza dei mercati finanziari è che lo straordinario sostegno offerto dalle banche centrali e dai governi possa esorcizzare tutto.
    La medicina sta nel denaro artificiosamente creato dalla FED (banca centrale americana) e preso a prestito dagli Stati: insomma, curare un'economia, indebitata come non mai, aggiungendo un nuovo straordinario flusso di debito.
    Solo considerando le società a buon rating, secondo Morgan Stanley, le imprese stanno facendo nuovi debiti a ritmi record: circa 700 miliardi di dollari tra Marzo e metà Aprile.
    La metà di queste, classificate con la tripla B, sono sulla soglia dell'Investment Grade (le aziende ritenute solide dagli analisti).
    Nei calcoli di Goldman Sachs, i titoli precipitati nella sottostante categoria ad alto rendimento (Junk Bonds o obbligazioni spazzatura) ammontano globalmente, esclusi quelli emergenti, a 150 miliardi solo nel primo trimestre: quanti furono nei 12 mesi, tra Luglio 2008 e Giugno 2009, senza contare che titoli a rating tripla B, per un ammontare di mille miliardi (quasi il doppio di un anno fa), sono stati emessi in una prossima prospettiva negativa dalle varie agenzie.
    Secondo M&G, il tasso di "angeli caduti" (fallen angel - titoli obbligazionari dal rating BBB caduti nella categoria sottostante non sottoscrivibile da fondi, banche e assicurazioni) sta raggiungendo come nel 1986 il 13%, per un ammontare di debito potenzialmente declassabile pari a 156 miliardi di euro in Europa, e a 457 miliardi di dollari negli USA.
    Una vera e propria montagna di debito.
    Nei prossimi 6 mesi si stima che solo in Europa "cadranno angeli" per circa 180 miliardi.
    L'agenzia di rating Fitch ha calcolato che da inizio anno a fine Aprile siano state declassate ben 405 società, di cui 1/3 addirittura di due scalini.
    A fine 2020, a questi ritmi, i declassamenti supereranno i 580 del 2008 e i 747 del 2009, e interesseranno principalmente gli Stati Uniti e il Sudamerica, ma anche la nostra Europa.
    Gli aiuti governativi assicureranno solo un limitato sollievo, non certo sufficiente e salvare le aziende più deboli.
    La situazione potrebbe allora rivelarsi peggiore di quella dell'ultima recessione, con un rapporto tra debiti e utili operativi (Ebitda) di 6: superiore al 5,7 del 2008 e pari a quello della bolla del 2001.
    Si può obiettare che, per ora, manca un catalizzatore per una vasta crisi del credito, come avvenne 12 anni fa prima con i mutui subprime e poi con il fallimento Lehman.
    Negli USA si preannuncia un potenziale bagno di sangue tra i sottoscrittori di mutui casa: il 30%, 15 milioni di famiglie, potrebbe non riuscire a pagare le rate se l'economia non dovesse ripartire in 2-3 mesi.
    La probabile bancarotta di Hertz (una delle più importanti aziende di noleggio auto al mondo) rappresenterebbe già un segnale preoccupante.
    Un mio personale consiglio?
    Attenersi sempre al principio della diversificazione tramite investimenti in fondi ed ETF, affidandosi alla selezione di gestori professionisti e senza inseguire esclusivamente il rendimento.
  • 6 - RENAULT IMPONE UN GIRO DI VITE

    La grande crisi dell'auto scatenata dalla pandemia non risparmia Renault, che avvia una cura draconiana per garantirsi un futuro.
    Il gruppo transalpino (comprende anche i marchi Dacia, Alpine e Lada, nonché l'impegno in Formula 1 che intende mantenere) ha annunciato a fine Maggio un drastico piano di risparmi per oltre 2 miliardi di euro in tre anni, con la riduzione della capacità produttiva dai 3,8 milioni di veicoli nel 2019 ai 3,3 milioni entro il 2024, e il taglio di circa 14.600 posti di lavoro nel mondo (su 180 mila per 40 fabbriche), 4.600 dei quali in Francia.
    "Si tratta di un'operazione non solo difensiva, ma anche offensiva per mantenere competitività. Questo piano sarebbe stato portato avanti Covid-19 o meno, il virus lo ha reso solo più urgente".
    Così ha commentato il presidente Senard.
    Il gruppo ha accusato lo scorso anno la sua prima perdita netta in 10 anni, ed è in attesa di un credito di 5 miliardi dallo Stato francese, attuale primo azionista con il 15% del capitale.
    Il piano prevede un miglioramento dell'efficienza e una riduzione dei costi di impiantistica per circa 800 milioni di euro, l'ottimizzazione dell'apparato industriale con risparmi attesi per circa 650 milioni, una maggiore efficienza delle funzioni di supporto per altri 700 milioni.
    Per quanto riguarda l'ottimizzazione della produzione, si prevede la sospensione dei progetti di aumento della capacità produttiva in Marocco e Romania, lo studio di adattamento delle capacità di produzione in Russia, nonché lo studio della razionalizzazione della produzione delle scatole del cambio nel mondo.
    In Francia saranno sei gli impianti coinvolti nella ristrutturazione.
    Passando invece a Volkswagen, primo gruppo automobilistico su scala globale, è stato confermato l'investimento complessivo di circa 2 miliardi di euro per lo sviluppo di impianti di mobilità elettrica in Cina, il più grande mercato automobilistico oggi al mondo.
    La Cina rappresenta il 40% delle vendite della casa di Wolfsburg.
    Qui nel 2025 si stima verranno venduti 1,5 milioni di nuovi veicoli elettrici.
    Dal 17 Giugno è ordinabile la ID.3, capostipite di una gamma di vetture full electric che rappresenta la terza era della storia di Vw, ad un prezzo di poco inferiore ai 40 mila euro.
  • 7 - IL PRIMO SEGNALE DI UNA TENDENZA IRREVERSIBILE

    Si parte dal Brasile, ma la portata del progetto è globale.
    Pochi giorni fa, con un annuncio ufficiale sul blog della società, Facebook ha comunicato il lancio di WhatsApp Pay, servizio per i pagamenti digitali funzionante attraverso la celebre app di messaggistica istantanea.
    Una notizia attesa da tempo, annunciata anche da Mark Zuckerberg più o meno ufficialmente a Gennaio, durante l'esposizione dei risultati finanziari aziendali.
    In attesa che questo servizio possa arrivare anche in Italia, ti aiuto a scoprirlo più nel dettaglio.
    Per WhatsApp Pay gli sviluppatori hanno lavorato su una duplice direzione: quella business e quella privata.
    L'App funziona infatti sia come metodo di pagamento tra un'azienda e un utente (nella chat di un sito e-commerce che si affida a WhatsApp Business ora il compratore può pagare senza dover uscire dall'applicazione), sia come metodo di scambio di denaro tra persone in maniera semplice, come inviare un messaggio.
    Rendendo semplici i pagamenti, si potranno portare più aziende nell'economia digitale, aprendo loro nuove opportunità di crescita.
    Per evitare transazioni non autorizzate sarà necessario uno speciale PIN a sei cifre, oppure l'impronta digitale, oppure ancora, per alcuni smartphone, il riconoscimento del volto.
    Per ora, in Brasile, WhatsApp Pay supporta carte di debito o di credito di alcuni istituti bancari sulle reti Visa e Mastercard.
    Per i privati sarà gratuito inviare denaro o effettuare un acquisto su WhatsApp.
    Le aziende pagheranno invece una percentuale di elaborazione per ricevere i pagamenti, una sorta di commissione interbancaria simile a quella che già pagano quando accettano un pagamento con carta di credito.
    L'idea di Zuckerberg di rendere l'App di messaggistica anche un sistema di pagamento, è allora un progetto concreto in grado di correre spedito.
    Un esempio molto concreto di quello che potrebbe essere già esiste in Cina con WeChat.
    L'applicazione, di proprietà della holding Tencent, è una spanna avanti a tutte le altre.
    WeChat in Cina è sinonimo di un successo digitale clamoroso.
    Nata, proprio come WhatsApp, come applicazione per la messaggistica, è stata poi trasformata come una piattaforma per il business a 360 gradi.
    Con WeChat sono possibili non solo lo scambio di denaro fra privati, ma anche le transazioni finanziarie fra utente e aziende.
    I cinesi ci pagano bollette, biglietti del treno, multe, acquisti fatti online e anche il ristorante.
    Un esempio che il fondatore di Facebook pare voglia seguire fino in fondo, a cominciare dal Brasile.
    La notizia del lancio di WhatsApp Pay arriva mentre le nuvole che incombono su Libra appaiono più dense che mai.
    La criptovaluta di Facebook è alle prese con importanti rallentamenti procedurali, e nei mesi scorsi ha dovuto fare i conti con l'abbandono delle più importanti aziende inizialmente sostenitrici del progetto (Paypal, eBay, Visa, Vodafone e Mastercard).
    I prossimi mesi potrebbero essere cruciali per Libra, ma il progetto appare rimodellato ampiamente al ribasso.
    Guardando al passato, WhatsApp è entrata a far parte della scuderia Facebook a inizio 2014 dopo una corte spietatissima.
    Facebook mise sul piatto qualcosa come 19 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi in azioni Facebook (cresciute moltissimo a distanza di 6 anni), 4 miliardi cash e altri 3 in azioni vincolate per i fondatori della società e per i suoi dipendenti.
    Un prezzo all'epoca enorme per un'azienda che non era in grado di produrre profitti apprezzabili, ma con un potenziale grandissimo considerando il fatto che dai 500 milioni dell'epoca i suoi utenti sono oggi 1,5 miliardi nel mondo e possono crescere ancora.
    Della famiglia Facebook, da Aprile 2012 fa parte anche Instagram, social amatissimo dai giovani per la gestione delle fotografie.
    Se il monopolio in occidente del gruppo Facebook è sempre più importante, questo è anche un chiaro segnale di come i giganti del tech stiano entrando con sempre maggiore decisione nel mondo dei pagamenti.
    Facebook, in tutto questo, è forse solo l'ultimo arrivato.
    Ma Apple, Google e Amazon già da tempo sono attivi in questo settore, e stanno continuando ad innovare per renderlo sempre più easy nell'utilizzo per il cliente finale, e ovviamente profittevole per loro.
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    Detto questo, ti auguro di trascorrere un buon fine settimana!
    Un caro saluto,

    Davide