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www.davideberto.it2021-06-23
  • Il market timing, ossia il giusto momento di entrata sui mercati finanziari per sfruttarne i trend, è un’operazione alquanto complessa.
    Pochi avrebbero scommesso sul violento crollo dei mercati a fine 2018, meno ancora avrebbero puntato su un guadagno del 30% a Wall Street nel 2019.
    La peculiarità di questo rally è infatti quella che purtroppo molti non ci hanno creduto.
    Basta leggere i dati sui flussi verso le asset class a livello globale per vedere che nel 2019 il cash (la liquidità) ha attratto i maggiori flussi per quasi 580 miliardi, mentre l’equity (l’azionario) mostra addirittura dei deflussi per circa 170 miliardi.
    Molti si sono rammaricati di non aver cavalcato il rialzo (o di averlo cavalcato solamente in minima parte), e la paura si conferma ancora una volta il peggior nemico degli investitori.
    Ma la paura di ritrovarsi nel mezzo di un crash improvviso nel lungo termine è infondata.
    Negli ultimi 40 anni l’indice S&P 500 ha registrato una perdita durante l’anno in media del 14%, ma in ben 29 casi ha chiuso poi in positivo.
    Le discese nella stragrande maggioranza dei casi si sono rivelate delle opportunità.
    Così occorrerebbe vedere i momenti più negativi dei mercati, proprio come delle occasioni di acquisto.
    Negli ultimi 9 anni solo una volta la flessione dell’indice nel corso dell’anno è stata peggiore del 14%: si tratta del crollo del 2018.
    Un crash è sempre possibile dunque e assolutamente imprevedibile, ma spalmato su più annualità o addirittura in un orizzonte temporale di un decennio rappresenta un fattore sopportabile per un portafoglio.

    Buona lettura!
  • 1) L'ESPATRIO DEI RISPARMI ITALIANI

    I risparmi degli italiani sono sempre più gestiti oltreconfine, anche quando gli investitori decidono di affidarsi, come ad esempio nel mio caso con Azimut, ai gestori nazionali.
    Fino a metà anni 90 le famiglie detenevano una quota trascurabile di fondi esteri, poi aumentata in modo significativo dal 2012 in avanti.
    Alla fine del 2018, questi fondi rappresentavano il 16% dei portafogli delle famiglie e il 54% della loro totale partecipazione in fondi comuni.
    Una crescita guidata dai grandi gruppi internazionali da decenni approdati in Italia per gestire i capitali tricolori, alla quale hanno contribuito in misura significativa anche le società di gestione controllate da gruppi finanziari nazionali.
    Ormai è difficile trovare, anche tra le case di investimento medio-piccole, realtà italiane che non hanno trasferito il loro quartier generale all’estero per conseguire benefici fiscali.
    Una decisa spinta all’espatrio dei risparmi è quindi arrivata anche dai gestori nazionali.
    Un “viaggio” che va ad aumentare il grado di diversificazione geografica degli investimenti, migliorando almeno in linea di principio il profilo di rischio dei loro portafogli.
    A fine 2017, per il tramite dei fondi esteri, le famiglie italiane investivano in circa 150 diversi paesi, e gli Stati Uniti erano la destinazione principale.
    “Viaggiare” all’estero però ha un costo, e questo costo va attentamente analizzato.
  • 2) GREEN BOND NEL 2020 DEL TESORO

    La tradizionale agenda di fine anno del Tesoro sulla gestione del debito pubblico si arricchisce di un punto inedito: per il nuovo anno i tecnici del dipartimento si impegnano a “porre in essere tutti gli interventi organizzativi e di mercato per poter avviare le emissioni” di Green Bond.
    L’emissione di questi titoli di debito va oltre i fondi già messi a bilancio per gli investimenti pubblici in filoni come il contrasto al dissesto idrogeologico, e in programmi di riconversione produttiva e di sostenibilità ambientale.
    Nella strategia disegnata dalla manovra, i Green Bond avrebbero un raggio d’azione più ampio, con il compito di raccogliere risorse per finanziarie programmi di spesa pubblica dedicati al contrasto ai cambiamenti climatici e a riconversione energetica, economia circolare, protezione dell’ambiente e coesione sociale e territoriale.
    Dal momento che però ai mercati non bastano intenzioni politiche e belle parole, l’intenzione è quella di portare avanti una puntuale definizione di obiettivi e interventi, e di pubblicare le analisi d’impatto previste per i diversi programmi di spesa.
    A certificare i risultati potranno essere chiamati professionisti indipendenti, per strutturare una reportistica in linea con gli standard necessari ad attirare l’interesse dei mercati.
    Così facendo l’Italia prova ad essere in prima fila tra quei Paesi dell’Eurozona che imboccano la via finanziaria al Green New Deal salito in fretta in cima all’agenda politica europea.
    Giusto poche settimane fa la Germania ha annunciato le prime emissioni di Green Bund per il secondo semestre 2020, con un meccanismo che affiancherà ai titoli ordinari dei Green Bund di analogo valore e scadenza per colorare progressivamente di verde i titoli del debito tedesco.
    In pista, per i titoli pubblici italiani, restano poi nuove possibili emissioni in dollari, per consolidare la presenza italiana su questo mercato dopo il ritorno fortunato realizzato lo scorso Ottobre (18 miliardi richiesti e 7 emessi, che hanno portato a 12,5 miliardi il valore dei titoli italiani in dollari oggi in circolazione).
    In  totale, anche nel 2020 l’Italia dovrà collocare sul mercato circa 250 miliardi di titoli a medio-lungo termine, per coprire le scadenze (202 miliardi) e finanziare un fabbisogno del settore statale che dopo la manovra è calcolato intorno ai 45 miliardi (contro i 50 miliardi previsti 12 mesi fa per il 2019 da poco concluso).
    L’obiettivo sarà quello di consolidare la discesa del costo medio all’emissione, che nel 2019 si è attestato allo 0,93% contro l’1,07% con cui si era chiuso il 2018.
    Nel 2017 il costo medio del nostro debito si era invece attestato ad un più fisiologico 0,68%.
  • 3) BIO-ON DICHIARATA FALLITA

    A tre mesi circa dalla scoppio della bufera giudiziaria “Plastic Bubble”, il Tribunale di Bologna ha dichiarato il fallimento di Bio-On, la società bolognese di bioplastiche quotata nel 2014 sul segmento Aim di Borsa Italiana (sospesa dalle quotazioni il 23 Ottobre 2019), ex unicorno dei listini milanesi che in pochi mesi ha bruciato un miliardo di capitalizzazione.
    Il fallimento è stato causato anche dalla mancata disponibilità da parte del sistema bancario a concedere nuova finanza, con il pagamento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti di prossima scadenza che potrà essere reso possibile solo a seguito dell’incasso dei crediti di futura esigibilità.
    La nota stringata arrivata la sera di Venerdì 20 Dicembre dal palazzo di giustizia bolognese apre molti interrogativi sul futuro dello stabilimento di Castel San Pietro e dei suoi 100 dipendenti, nonché sulle prospettive di rientro dei risparmi investiti da centinaia di piccoli azionisti nella roboante newco fondata nel 2007 da Marco Astorri.
    Tre mesi di indagine delle Fiamme Gialle, scattate dopo le accuse mosse lo scorso Luglio dal fondo americano Quintessential (che ha ribattezzato Bio-On la “Parmalat bolognese”), hanno infatti portato alla luce un meccanismo di scatole vuote alle quali veniva fatturato in modo non veritiero business conseguente ad accordi di partnership e di licenza per l’impiego su scala internazionale del polimero PHA, al mero fine di gonfiare ricavi ed Ebitda e aumentare di conseguenza la capitalizzazione.
    Eppure lo stabilimento nuovo di zecca c’è, con tanto di laboratori e tecnologie all’avanguardia per la ricerca e lo sviluppo dei biopolimeri: una fabbrica inaugurata nel Giugno 2018 dentro a un ex stabilimento di yogurt della Granarolo su un’area di 30 mila metri quadrati nelle campagne bolognesi, per un investimento di 20 milioni di euro.
    E fino a tre mesi fa vi lavoravano appunto un centinaio di persone, dipendenti di Bio-On, oggi senza stipendio né ammortizzatori sociali.
    Ora le banche non sono quindi più disposte a scucire un euro per finanziarie le attività di ricerca sulle bioplastiche, la cui validità scientifica non è mai stata messa in discussione, mentre lo è la loro effettiva capacità di generare fatturato e margini operando correttamente sul mercato.
  • 4) ANNO POSITIVO MA CON IMPORTANTI DISTINZIONI

    Il bilancio molto positivo delle Borse europee nel corso del 2019 merita però un approfondimento a livello settoriale.
    L’indice Eurostoxx ha guadagnato circa il 23% ma, scendendo nel dettaglio dei singoli comparti, si può notare come il divario di performance sia stato molto ampio.
    Agli estremi troviamo da un lato i titoli del settore telefonico e dall’altro i tecnologici.
    Le azioni delle aziende della telefonia guidano infatti la classifica dei settori peggiori, mentre le aziende quotate operative in ambito tecnologico hanno svettato nel corso dell’anno battendo nettamente tutti gli altri comparti.
    Il momento difficile della telefonia è continuato così anche nel corso del 2019.
    L’indice Eurostoxx di settore ha chiuso sostanzialmente piatto in quanto le quotazioni sono decisamente peggiorate negli ultimi mesi dell’anno riassorbendo i rialzi dei mesi precedenti.
    Gli ultimi 4 anni sono stati complessivamente da dimenticare per la telefonia.
    Tra i settori più deboli spicca anche il comparto bancario, capace almeno di limitare i danni grazie al buon movimento rialzista dell’ultimo trimestre dell’anno.
    Complessivamente il bilancio dell’indice settoriale ha fatto segnare un +10%.
    Dinamica molto simile per le risorse di base, che registrano un +14% (sempre al di sotto dell’indice generale) grazie al forte rialzo nell’ultimo trimestre sull’onda di una generale ripresa dei prezzi delle commodity.
    Progresso infine intorno al 9% per i titoli energetici che hanno sofferto la volatilità del prezzo del greggio.
    Come detto, sono allora i tecnologici a guidare la classifica del comparto migliore in Europa, sulla scia anche dell’ottima performance dei giganti USA con l’indice Nasdaq che per la prima volta ha toccato e superato quota 9mila punti.
    L’indice settoriale europeo ha guadagnato poco più del 40%, doppiando quasi la performance dell’indice generale.
    Trai i settori in Europa più performanti, anche quello dei beni personali, grazie alla presenza nell’indice settoriale di alcuni big della moda (da Lvmh a L’Oreal).
    Il suo rialzo ha sfiorato il 30%.
  • 5) AMAZON STRACCIA TUTTI

    Sembra una rincorsa senza speranza quella di Zalando, Privalia, ePrice e delle altre piattaforme di e-commerce.
    E’ infatti Amazon il peso massimo dell’e-commerce italiano.
    Il colosso creato da Jeff Bezos praticamente egemonizza il mercato distaccando di molte lunghezze i suoi inseguitori.
    Nel 2018 Amazon ha segnato un giro d’affari di 2.325 milioni distaccando di oltre cinque volte la tedesca Zalando, per non parlare degli altri player che operano nella stessa arena.
    E’ questo quanto emerge dal report realizzato da Ecommerce Foundation per Sap che ha stilato la classifica e analizzato lo scenario di mercato, le performance delle piattaforme, l’evoluzione e i comportamenti dei clienti.
    Nel 2018 l’e-commerce B2c in Italia valeva 27,4 miliardi con una penetrazione sul totale della popolazione del 37%, e una spesa media per e-shopper di 1.769 euro che a fine 2019 sfioreranno i 2.100 euro.
    Il gruppo degli inseguitori include prevalentemente operatori “puri” online con l’eccezione di un paio di realtà omnicanali: Esselunga a casa e MediaWorld.
    Nel 2018 Zalando ha venduto prodotti per quasi 450 milioni, Apple per 312 e l’outlet digitale Privalia per 277 milioni.
    Il primo player italiano al quinto posto è “Esselunga a casa”, servizio di e-commerce che segna 239 milioni di ricavi e fa capo alla catena fondata da Bernardo Caprotti.
    Per dare un’idea della crescita, è utile confrontare il dato del 2016 quando il servizio ha consegnato a domicilio 1,35 milioni di spese con un fatturato di 158 milioni.
    Il portale del lusso Yoox Net-A-Porter, fondato da Federico Marchetti e oggi a capo del colosso francese Richemont, lo scorso anno ha segnato in Italia un fatturato di 211 milioni, conquistando il sesto posto nella classifica e precedendo l’italiano ePrice.
    L’offerta di questo marketplace, con ricavi per 185 milioni, fa leva sulla specializzazione nella proposta di prodotti tecnologici e di elettrodomestici.
    MediaWorld insegue all’ottavo posto a breve distanza, distanziato solo da 13 milioni (172 in totale il fatturato).
    Non manca ovviamente chi tra gli addetti ai lavori polemizza sulla forza del colosso USA, e su come riesca a pagare solo 6 milioni di tasse come evidenzia il report Mediobanca sui colossi del web.
    Il report rivela anche quali sono i beni più acquistati online: svetta l’abbigliamento con 4,5 miliardi, seguito dall’elettronica e media (3,25), giocattoli, articoli per il tempo libero e il fai-da-te a 2,9 miliardi, i mobili e l’arredamento superano di poco i 2 miliardi, per finire con la spesa e i prodotti per la cura della persona a quasi 1,3 miliardi.
    Se ti piace particolarmente la cucina, concludo informandoti che anche il famoso chef Carlo Cracco si è di recente buttato sull’online, vendendo una selezione di prodotti propri e altri selezionati dai fornitori (shop.carlocracco.it il sito).
    Cioccolatini, panettoni, thè, tisane ed altre particolarità del food italiano come, per esempio, l’olio extra vergine, i capperi, l’origano di Pantelleria, oltre ancora a gift card, cesti natalizi e libri.
    Ce n’è insomma per tutti i palati.
  • 6) FENOMENO UNIQLO

    Hai già sentito parlare di Uniqlo?
    Se sei un tennista, o quantomeno segui questo sport, probabilmente sì perché Uniqlo ha ricevuto l’attenzione internazionale nell’estate del 2018 dopo l’annuncio che sua maestà Roger Federer ha lasciato Nike, sponsor di lunga data, per sfoggiare la nuova divisa del brand giapponese sull’erba di Wimbledon.
    Uniqlo è allora un marchio giapponese dell’abbigliamento facente capo al gruppo Fast Retailing quotato alla Borsa di Tokyo.
    Fast Retailing si è dato all’internazionalizzazione solamente nell’ultimo quinquennio e sta scalando la classifica dei maggiori produttori e rivenditori di abbigliamento al mondo.
    Ha di recente superato al secondo posto il gruppo svedese Hennes & Mauritz (H&M) e punta dritto al primo posto del gruppo spagnolo Inditex (Zara, Massimo Dutti e Oysho i marchi più noti del gruppo).
    Obiettivo del fondatore Tadashi Yanai è proprio quello di diventare il più grande rivenditore di moda al mondo entro il 2020, un’ambizione che dovrà essere però posticipata di qualche anno.
    Entro Agosto Uniqlo raggiungerà i 3.745 punti vendita, al cospetto di H&M e Inditex che contano rispettivamente 5 mila e 7 mila vetrine sparse per i cinque continenti.
    In Italia, a Settembre 2019, è stato aperto il primo punto vendita milanese del brand in Piazza Cordusio.
    Tornando alla classifica dei più importanti rivenditori di abbigliamento, come detto a farla da padrone è per ora il gruppo Inditex con vendite nette 2018 per quasi 29 miliardi di dollari.
    Seguono quindi Fast Retailing con 21,51 miliardi e, a soli 10 milioni di distanza, con 21,5 miliardi, Hennes & Mauritz in piena fase di trasformazione per il ritorno alla redditività.
    Appena giù dal podio il gruppo americano Gap, pioniere della moda low cost, che ha toccato quota 18,58 miliardi di dollari, seguito da Limited Brands, famoso per possedere il marchio di lingerie Victoria’s Secret, salito a 13,24 miliardi.
    Al nono posto a livello mondiale la nota, almeno per i più giovani, Abercrombie e Fitch (3,59 miliardi di dollari) cha ha dovuto riprendersi da un periodo piuttosto negativo.
    Molte di queste aziende sono quotate e acquistabili nei mercati finanziari.
  • 7) SEMPRE PIU' CONNESSI: LE ULTIME NOVITA' DELL'IOT

    In attesa del boom del 5G, l’avanzata dell’IoT (internet of things, l’internet degli oggetti) sembra proprio inarrestabile.
    Uomini e cose, animali e piante, minuscoli oggetti che si collegano ai satelliti e grandi elettrodomestici dagli algoritmi intelligenti.
    Secondo le stime, i 27 miliardi di dispositivi collegati nel mondo alla Rete nel 2017, diventeranno 125 miliardi nel 2030.
    I ricavi di quest’anno del settore sfioreranno i 1.300 miliardi di dollari, con un incremento per il prossimo anno almeno del 20 – 30%.
    Un business planetario insomma, nel quel i grandi produttori hi-tech (e non solo) stanno investendo soldi e risorse umane.
    Ecco allora alcuni recenti sviluppi da parte di importanti aziende.
    Vodafone ha recentemente aperto un faro sul mondo dei consumatori privati.
    E’ nata infatti “V by Vodafone”, un sistema dedicato alle persone che per lavoro, sport o divertimento cercano oggetti con un collegamento continuo a Internet.
    Grazie alla sinergia tra tecnologia delle infrastrutture della telefonia cellulare e dei satelliti, Vodafone ha realizzato piccoli oggetti capaci di più funzioni.
    Quali? Monitorare con il tracciamento via satellite auto e moto per esempio, ma anche animali domestici e oggetti come borse, zaini, chiavi, portadocumenti.
    Vodafone ha ancora progettato sistemi per l’assistenza agli anziani o per il monitoraggio del benessere e della salute.
    Il tutto utilizzando sensori a basso costo da infilare ovunque (in tasca, al collare di fido, nell’auto) e in qualsiasi oggetto che si voglia individuare al volo via smartphone grazie appunto al Gps, a Internet e alla rete celllulare.
    Haier, multinazionale cinese nata solamente nel 1984, che nel tempo ha assorbito marchi storici come anche Hoover e Candy, sta sfornando elettrodomestici IoT sempre più perfezionati.
    L’ultimo è un aspirapolvere (Hoover H-Free 500) con connessione wi-fi che, oltre ad aspirare lo sporco, segnala a chi lo usa le calorie consumate durante la pulizia.
    Non solo, Haier ha appena firmato un accordo con Amazon per attrezzare i propri prodotti con Alexa, il sistema vocale smart, e alla recente edizione di Ifa (salone della tecnologia di Berlino) ha presentato lavatrici e asciugatrici capaci di parlare, ascoltare e restare sempre connesse a Internet.
    Questo sistema intelligente capisce, per esempio, che tipo di detersivo è necessario e quando si esaurisce lo ordina automaticamente via Amazon.
    Candy Rapido è una lavatrice che si comanda con un’app: basta inviarle una foto dei capi da lavare e lei capisce quale tipo di programma e che detersivi usare.
    Grazie all’IoT, non solo gli utenti riescono a interagire con le macchine, ma gli stessi elettrodomestici colloquiano tra loro e con l’esterno per realizzare una vera casa intelligente.
    Insomma, un lavoro di gruppo coordinato dall’intelligenza artificiale.
    Altro settore strategico per l’avventura dell’Internet degli oggetti è l’industria automobilistica.
    Gli ultimi modelli di auto, anche le utilitarie, hanno sistemi capaci di collegarsi a Internet.
    Basta un’app ed è possibile in ogni momento individuare la propria auto, impartirle dei comandi (avvia la ventilazione, accendi i fari, suona il clacson …) e soprattutto iniziare il cammino verso la guida autonoma.
    Il parcheggio automatico è ormai quasi un optional di serie, ma in alcune auto (come nelle Bmw) ci sono sistemi che via smartphone, Gps e rete cellulare, riescono a far uscire la vettura dal garage e farla parcheggiare davanti casa.
    Anche la guida autonoma, benché limitata, è una realtà.
    E con l’arrivo del 5G (codice stradale permettendo) diventerà prima o poi una consuetudine.
  • Buona settimana!
    Un caro saluto.

    Davide