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www.davideberto.it2021-06-23
  • E’ certificato.
    Una consistente fetta di risparmiatori preferisce perdere il proprio denaro pur di non doversene preoccupare.
    Rimetterci quindi, piuttosto che occuparsene, pianificare e guadagnarne.
    Lo dicono i numeri: sui conti correnti degli italiani giacciono 1.557 miliardi di euro, con una crescita quasi del 5% nel 2019 sull’anno precedente.
    Basta un’inflazione allo 0,3% (ultima stima Istat) a produrre una “tassa” di 4,6 miliardi di euro sul potere d’acquisto degli italiani.
    Ma se si allunga la dinamica a 5, 10 o 20 anni, la perdita sale rispettivamente al 3,3%, al 12,5% e al 41,1%. Per non parlare poi dei costi applicati dagli istituti di credito, costi che la clientela accetta pur di non compiere la fatica di trovare alternative (magari online) a costo vicino allo zero.
    Analogo discorso per i mutui: il fisso è preferito al variabile anche se costa di più.
    Si preferisce insomma spendere maggiormente per restare tranquilli.
    Altro dato: una recentissima indagine di Pwc ci ricorda perché gli investitori italiani guadagnino il 2 e gli statunitensi il 16%: troppi immobili, troppa liquidità, troppe poche azioni.
    Meno del 3% degli italiani, d’altronde, detiene almeno il 20% del proprio portafoglio in titoli di capitale (azioni) saliti dell’86% (Msci World) negli ultimi dieci anni.
    Un decennio nei mercati forse irripetibile, ma che conforta le statistiche a favore delle azioni che nel lungo periodo diventano meno rischiose.
    Concetto ovviamente troppo complesso per quei molti che preferiscono la “serenità della perdita” in cui evidentemente ci si sente a proprio agio.
    Ma allora, perché la gente preferisce perdere il proprio denaro?
    Se l’obiettivo è la serenità, è opportuno progettare percorsi perché quella serenità possa essere raggiunta non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo termine, sfuggendo ai trigger che condizionano le nostre scelte finanziarie: dalla procrastinazione all’avversione alle perdite.
    Se mediamente gli italiani dedicano in media solo 25 minuti alla settimana alla cura del proprio denaro, che almeno in quella mezz’ora scarsa siano ben concentrati, e non vulnerabili agli appetiti altrui.
    Non trovi?
  • 1) QUANDO LA VOLATILITA' SUI BOND SUPERA QUELLA SULLE AZIONI

    Nel nuovo (capovolto) mondo della finanza, quello in cui 1/5 delle obbligazioni in circolazione esprime tassi negativi e lo stesso in cui Wall Street cresce da 10 anni consecutivi, può accadere anche che le azioni si comportino come i bond, le obbligazioni, e queste sembrino invece delle azioni.
    Il grafico che mette a confronto la volatilità di queste due classi di investimento evidenzia infatti che dalla scorsa estate i bond (in blu) sono diventati decisamente più volatili delle azioni (in grigio).
    Ma come mai allora le Borse, rappresentate per antonomasia da Wall Street, sono diventate più stabili delle obbligazioni?
    Nel lungo periodo è dimostrato che la volatilità delle azioni è quattro volte superiore rispetto a quella delle obbligazioni.
    Ma negli ultimi mesi si è verificato l’opposto perché, da Settembre in particolare, è in atto una forte correzione sui titoli obbligazionari.
    I prezzi stanno scendendo e i rendimenti invece risalendo, e durante le correzioni la volatilità tende sempre ad aumentare.
    Negli ultimi mesi è ricomparsa la correlazione inversa tra azioni e bond, a vantaggio delle Borse con deflussi dal mercato obbligazionario verso quello azionario.
    Non è da escludere che anche nei prossimi mesi i bond restino più ballerini delle azioni.
    E questo perché sui primi potrebbe prevalere la propensione a vendere e sulle seconde quella a comprare.
    E la volatilità cresce nel primo caso, anche perché nelle fasi ribassiste entrano in ballo fattori emotivi, il sale della volatilità.
  • 2) COSA RACCONTA L'ULTIMO RAPPORTO CENSIS?

    Il 53° rapporto Censis, recentemente presentato, ci raffigura sfiduciati, ansiosi e impoveriti.
    Gli italiani non credono più neppure in quelli che, fino a pochi anni fa, erano i due pilastri storici della sicurezza familiare: l’acquisto di immobili e gli investimenti nei Btp.
    La svalutazione del mattone (dal 2011 ad oggi la ricchezza immobiliare si stima scesa del 12,6% in termini reali), e i rendimenti microscopici dei Buoni del Tesoro con oltre il 61% degli italiani non più disposti ad investire in titoli del debito pubblico, incentivano erroneamente a mantenere alta la liquidità, cresciuta addirittura del 33,6% nel decennio 2008-2018.
    Il nostro sembra essere un paese scoraggiato, senza più fiducia nella politica (il 90% degli intervistati non vorrebbe vedere politici in tv), e con la maggiore preoccupazione rivolta a lavoro e disoccupazione (44%), piuttosto che a immigrazione (22%), pensioni (12%) o sicurezza (9%).
    A crescere è il consumo di ansiolitici (in 3 anni + 23%), la diffidenza verso gli altri (75%) e l’insicurezza anche solo a camminare per le strade cittadine (44%).
    Per il 74% degli intervistati, l’economia continuerà ad oscillare tra minicrescita e stagnazione, mentre per l’altro 26% stiamo andando verso una nuova recessione.
    A dominare è dunque l’incertezza che deriva anzitutto dall’impoverimento.
    Si lavora e si guadagna infatti meno.
    E’ vero che rispetto al 2007, nel 2018 si sono registrati 321 mila occupati in più, e questa tendenza si è confermata anche nel 2019.
    Ma una lettura attenta dei numeri ci dice che a crescere sono stati i posti di lavoro part-time (+1,2 milioni), mentre sono diminuiti di ben 867mila unità i lavoratori a tempo pieno.
    A fornire la controprova del resto è il dato sulle ore lavorate: 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007, a cui corrisponde una riduzione di 959mila unità di lavoro.
    Il risultato sul fronte retributivo è altrettanto impietoso, con i salari scesi del 3,8%.
    Ma il dato probabilmente più allarmante è quello demografico.
    Dal 2015, anno di inizio della flessione demografica mai accaduta prima nella nostra storia, si contano 436mila cittadini in meno.
    Inevitabile che a fronte di una diminuzione delle nascite cresca il numero degli anziani: nel 1959 gli under 35 erano il 56,3% della popolazione e gli over 64 solamente il 9,1%; tra vent’anni queste due fasce si equivarranno rappresentando ciascuna poco più del 31% degli italiani.
    Ad aggravare questo fenomeno anche la ripresa sempre più forte dell’emigrazione giovanile verso l’estero: in un decennio più di 400mila tra i 18 e i 39 anni hanno abbandonato il Paese, e a questi si sommano i 138mila con meno di 18 anni.
    Il declino demografico non è però uniforme.
    Rispetto al -0,7% del dato nazionale, nel Sud la perdita di popolazione arriva all’1,3%, contro lo 0,6% del Centro, lo 0,3% del Nord-Ovest e lo 0,1% del Nord-Est.
    Su 107 province solo 21 non hanno perso popolazione, e di queste 6 sono in Lombardia e 9 nel Nord-Est. In 4 anni Bologna ha guadagnato 10mila residenti, mentre l’area milanese ha inglobato l’equivalente di una città come Siena (53mila abitanti in più).
    Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sono definite dal Censis come delle “aree di sostegno”, con un tasso di crescita del Pil e dei consumi in linea con le migliori aree d’Europa.
    A proposito d’Europa, a parziale sorpresa emerge che gli italiani sono per il 62% contrari sia all’uscita dalla UE, che a un ritorno alla vecchia Lira.
    Dati che, del resto, non dovrebbero sorprendere se consideriamo che proprio in Europa si gioca il nostro destino economico, visto il fatto che nella UE esportiamo oltre il 60% delle nostre vendite estere, e che in Europa vivono oltre 2 milioni di italiani pari al 41% dei 5 milioni residenti all’estero.
  • 3) LA CUCINA ITALIANA NEL MONDO

    Si attesta a 229 miliardi di euro il giro d’affari della cucina italiana nel mondo nel 2018, in crescita del 10,6% rispetto al 2016.
    Di questi, solamente 39 miliardi sono stati realizzati dentro i confini nazionali, rendendo così il nostro paese il terzo mercato alle spalle della Cina , primo mercato della cucina italiana per valore (71 miliardi), e degli Stati Uniti (69 miliardi di euro).
    In Europa invece, i principali mercati sono Regno Unito, Spagna e Francia, per i quali la ristorazione italiana pesa tra i 3 e i 4 miliardi.
    Sono questi i dati dell’Italian cuisine market monitor di Deloitte, sullo stato dell’arte del mercato foodservice a livello locale e globale.
    Allargando i confini, la ristorazione mondiale ha chiuso positivamente il 2018, raggiungendo un valore pari a 2.563 miliardi di euro.
    Di questi, il 46% e stato totalizzato nell’area Asia Pacific che ha trainato la crescita del settore con un +4,1%, davanti a Nord America ed Europa (+2% e +1,2% rispettivamente).
    La stessa Deloitte prevede una crescita continua anche nel periodo 2019-2022.
    Tornando alla nostra cara Italia, sai quali sono i primi prodotti a marchio Dop o Igp per valore internazionale al consumo?
    Il Grana Padano Dop, seguito dal Parmigiano Reggiano Dop e dal Prosciutto di Parma Dop (rispettivamente a quota 2.913, 2.338 e 2.227 milioni di euro di valore al consumo).
    L’Aceto balsamico di Modena è invece il primo prodotto Igp per valore.
    Ma che cosa si intende per Dop e Igp?
    Dop sta per denominazione di origine protetta, e un prodotto Dop è interamente realizzato in un ben definito territorio in base a delle regole fissate in un disciplinare di produzione.
    Igp è invece l’indicazione geografica protetta, a tutela di un metodo di produzione tipico di una specifica zona anche se spesso le materie prime utilizzate provengono da una diversa area.
    L’Italia in questi prodotti agroalimentari riveste oggi in Europa un ruolo guida, non solo per il numero dei riconoscimenti ottenuti (esclusi i vini sono 299 i prodotti alimentari tutelati in Italia sugli 822 protetti nella UE), ma soprattutto per la capacità di farne un vero traino per l’economia e i territori.
    I marchi Dop e Igp made in Italy sviluppano oggi un fatturato all’origine di circa 7 miliardi di euro, che diventano oltre 14,7 al consumo, per un giro d’affari estero di 3,5 miliardi.
    Dal 2008 a oggi, il fatturato alla produzione è aumentato del 46%, quello al consumo del 63% ma il vero e proprio boom è stato quello delle esportazioni triplicate.
    Il comparto sconta però ancora un limite di fondo: a fronte infatti di un elevato numero di riconoscimenti, sono pochi i brand in grado di svolgere un importante ruolo di mercato.
    Basti pensare che i primi 15 marchi (dal Parmigiano Reggiano al Pecorino Romano, dalla Mortadella Bologna alla Mela della Val di Non) realizzano l’88% del fatturato al consumo (i primi 6 quasi il 70%) e addirittura il 95% dell’export.
    Agli altri 284 insomma poco più che le briciole.
    A proposito di prodotti Igp, sapevi che recentemente la multinazionale Coca Cola ha messo in commercio una Fanta all’Arancia Rossa di Sicilia Igp?
    Una frontiera inimmaginabile fino a pochi anni fa …
  • 4) E IN INDIA?

    Per chi non lo sapesse, l’India è il settimo Stato per estensione geografica al mondo, e oggi il secondo per popolazione (dietro ovviamente alla Cina) con 1 miliardo e 366 milioni di abitanti.
    Un colosso insomma.
    L’economia indiana che, con quella cinese, rappresenta oggi buona parte della crescita dei “mercati emergenti”, sta però pericolosamente frenando ai minimi da 6 anni.
    Tra Luglio e Settembre 2019 la crescita del Pil si è fermata al 4,5% su base annua, rispetto al 5% del trimestre precedente.
    Lontanissimo pertanto il +8% dell’inizio 2018, da allora il subcontinente non ha fatto altro che decelerare. Per un’economia come quella indiana, che ha bisogno di tassi di sviluppo tra il 7 e l’8% per creare sufficienti impieghi per i milioni di giovani che ogni anno entrano nel mercato del lavoro, una crescita così bassa somiglia drammaticamente a una recessione.
    La disoccupazione sarebbe inoltre salita ad Ottobre all’8,5%, ai massimi da Agosto 2016.
    Dati che si scontrano con le stime del Governo, secondo le quali la disoccupazione nelle aree urbane sarebbe invece scesa.
    Oltre ai dati sul Pil, sono stati recentemente diffusi anche quelli sulla produzione dei principali settori industriali, che a Ottobre è scesa del 5,8% per la più grave contrazione dal 2005.
    Continuano a pesare la debolezza dei consumi e degli investimenti, oltre al calo delle esportazioni.
    I tagli dei tassi da parte della Banca centrale indiana, con il costo del denaro ormai ai minimi dal 2009, non sembrano riuscire a dare ossigeno al sistema economico, e il credito alle imprese non riparte.
    In questo contesto perde sempre più quota anche la moneta (Rupia) indiana: nell’ultimo trimestre la peggiore tra le valute asiatiche.
    Male anche le vendite di auto, furgoncini e bus. Il Governo di New Delhi, per correre ai ripari, ha abbattuto a Settembre il prelievo sui redditi di impresa dal 30 al 22%.
    Una manovra espansiva che si spera possa far vedere i propri effetti nei prossimi mesi.
    Il primo ministro Narendra Modi, al suo secondo mandato, ha anche promesso di accelerare la privatizzazione di alcune grandi società pubbliche.
    Anche questa una manovra che avrà però bisogno di tempo per generare risultati.
    Nel frattempo, nel paese dilagano le proteste, con anche diverse uccisioni e arresti negli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti.
    L’innesco di tutto questo, è stata una legge proposta dal ministro dell’interno e approvata l’11 Dicembre dal parlamento, attraverso la quale si istituisce una corsia accelerata per la concessione della cittadinanza indiana agli immigrati provenienti da 3 Stati, il Bangladesh, il Pakistan e l’Afghanistan.
    Da questo trattamento di favore sono però esclusi i musulmani (circa 200 milioni nel paese pari al 14% della popolazione) che già si sentono sotto pressione e che temono discriminazioni sempre più pesanti.
    La legge si è attirata immediatamente le critiche di intellettuali, universitari e politici, che la considerano un attacco alla tradizione laica dello Stato.
    Le altre minoranze religiose, ammesse invece alla corsia accelerata per la cittadinanza, rappresentano poco più del 5% degli indiani.
  • 5) IL TORO COMPIE 30 ANNI

    Lo avrai sicuramente visto diverse volte al telegiornale o comunque in tv, quando soprattutto si parla di mercati finanziari.
    Mi sto riferendo al Charging Bull, il toro di Wall Street, quella gigantesca statua in bronzo pesante tre tonnellate e mezzo, che ha compiuto nei giorni scorsi 30 anni da quando, la mattina del 15 Dicembre 1989, l’artista italiano Arturo Di Modica, con l’aiuto di amici, l’aveva trasportata e depositata a Broad street, davanti all’ingresso del New York Stock Exchange(NYSE).
    Di Modica impiegò due anni a fabbricare quel toro che carica, simbolo della forza e del potere del popolo americano.
    Si dice che toccarlo porti fortuna.
    Lo scultore italiano aveva deciso di donarlo alla città dopo il crac di Borsa del 1987, come segno di fiducia nel futuro dell’America.
    Il toro da allora è simbolo dei mercati finanziari al rialzo, così come l’orso è simbolo dei ribassi di Borsa. Quel toro piacque subito ai trader del NYSE e ai passanti, molto meno però alla polizia che intervenne per rimuovere la statua perché, oltre a non essere autorizzata, intralciava il traffico.
    Depositato per qualche giorno in un magazzino nel Queens, il toro è ricomparso il 20 Dicembre dello stesso anno poco lontano da Wall Street, al Bowling Green Park, grazie a un accordo tra l’allora sindaco della città, il responsabile dei parchi pubblici newyorkesi e il presidente della Bowling Green Association.
    Da allora il toro è rimasto lì ed è diventato nel tempo una delle mete più frequentate e fotografate della città. Il toro ha anche portato fortuna alla Borsa americana, che dal 15 Dicembre 1989 ad oggi è salita del 1000% e più, dai 2.739 agli oltre 28 mila punti dell’indice Dow Jones delle blue chip americane.
    Per ironia della sorte, ora il sindaco di New York vorrebbe riportare il toro davanti alla Borsa, in Broad street, diventata negli anni quasi completamente pedonale.
    Anche perché l’eccesso di popolarità del Charging bull, con lunghe code di turisti in attesa di scattare foto, crea non pochi problemi di traffico e di sicurezza a Bowling Green.
    Una versione del bull è installata dall’Aprile 2010 anche a Shangai,nel cuore del nuovo distretto finanziario della città.
    L’hanno voluta e pagata le autorità cittadine per celebrare il boom dell’economia cinese.
    Le dimensioni del toro cinese sono uguali a quello americano, solo l’aspetto è leggermente diverso.
    Guarda infatti a destra invece che a sinistra, la testa è un po’ più in basso e la coda più in alto, ma identico è il messaggio di ottimismo e fiducia.
    Arturo Di Modica compirà 79 anni il prossimo 26 Gennaio.
    Vive in parte a Vittoria, città siciliana dov’è nato, e in parte a New York dove ha la maggioranza dei clienti. Fra i riconoscimenti al suo talento, lo scultore è particolarmente orgoglioso della medaglia d’onore di Ellis Island, istituita per onorare quegli immigrati o discendenti di immigrati che hanno contribuito al benessere degli Stati Uniti (l’hanno ricevuta tra gli altri anche Bill e Hillary Clinton e Martin Scorsese).
    Il nuovo progetto su cui Modica è impegnato è la costruzione, con fondi propri, di un parco culturale a Vittoria, con studio, galleria, teatro e giardini per gli appassionati di scultura.
  • 6) GLOVO DIVENTA UNICORNO

    Forse avrai già sentito parlare di Glovo, e forse te ne sei anche avvalso in alcune consegne a domicilio.
    Glovo è un’azienda spagnola, fondata nel 2015 a Barcellona, attiva negli acquisti, nei ritiri e, appunto, nelle consegne a domicilio di prodotti ordinati tramite la sua applicazione.
    Generi alimentari, fiori, ma anche gadget elettronici che possono essere recapitati entro un’ora dall’ordine.
    Questa è la nuova frontiera dell’home delivery.
    Mi capita spesso di vedere incaricati di Glovo e di aziende concorrenti, attivi nelle consegne, soprattutto quando mi reco per lavoro a Milano.
    Ora l’azienda conta ben 800 dipendenti diretti in organico, e circa 21 mila corrieri attivi in 20 diversi paesi al mondo.
    Glovo, presente e operativa oggi in oltre 100 città italiane, ha di recente raggiunto lo status di “unicorno”, quello cioè di una startup che nel breve periodo è riuscita a raggiungere un valore di mercato di oltre 1 miliardo di dollari.
    Glovo si posiziona così al secondo posto in Spagna tra le aziende private ad aver raggiunto questo risultato.
    La società continua imperterrita la sua espansione territoriale, ed è da poco anche entrata nel mercato polacco dove ha acquisito per 35 milioni di euro Pizza Portal.
    Il suo programma per il futuro è quello di continuare a ricercare partnership strategiche, espandendo inoltre il suo team dedicato all’innovazione tecnologica, con l’obiettivo, tra le altre cose, di ridurre il tempo d’attesa per corrieri e clienti.
  • 7) L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLA MOTOGP

    E’ da qualche stagione ormai che elettronica e nuove tecnologie stanno giocando un ruolo da protagoniste nel Motomondiale.
    All’interno di ogni moto ci sono oggi una quantità impressionante di sensori, e per regolamento ogni team di MotoGP deve dichiarare quanti e quali sensori utilizza (spesso prodotti dalla stessa azienda fornitrice di più squadre), con l’eccezione di uno che può restare segreto.
    Recentemente mi è capitato di leggere un’intervista al team Ducati che trattava proprio di innovazione nell’ambito motoristico.
    Durante ogni GP il team di Borgo Panigale riesce ad accumulare dai sensori fino a 300 GB di dati, una cifra impressionante.
    Le informazioni arrivano da circa 40 sensori posti sotto la carena della moto nel weekend di gara. Questi sensori aumentano poi a 60 nelle sessioni di test privati.
    Fino a 8-10 anni fa, con un numero di dati limitato, bastava una sola persona ad analizzare il tutto con semplici strumenti.
    Poteva essere un tecnico di pista, l’analista o l’ingegnere elettronico.
    Adesso ci si deve avvalere di strumenti avanzati per la possibilità e facilità con cui si ottengono queste grandi quantità di dati.
    A fornire i mezzi per questa incredibile mole di informazioni è la società americana (quotata al Nasdaq) NetApp, che sa come renderle sempre disponibili online e accessibili praticamente ovunque, soprattutto dentro ai box.
    E qui entra in pista con la moto anche l’Intelligenza Artificiale che fa quasi effetto associare a un nome come Ducati, simbolo della tradizione made in Italy, anche se oggi di proprietà del gruppo Volkswagen. Grazie agli algoritmi di AI si riescono infatti ad elaborare una grande quantità di dati, trovando correlazioni anche dove sembra impossibile ci possano essere.
    L’AI permette di estrarre informazioni preziose analizzando i big data e trovando correlazioni tra fenomeni fisici e comportamenti della moto.
    Le nuove conoscenze possono essere sfruttare in vario modo, dal cambiamento di set up fino alla scelta del tipo di gomma migliore.
    E se non ci sono misure precise ottenute dai sensori fisici, è sempre l’AI che prova a ricavarle comunque in maniera virtuale.
    Ogni volta che la moto se ne esce in pista, si ottengono informazioni scaricabili poi con un semplice cavo ethernet appena il pilota rientra ai box.
    L’operazione di download, consultazione dati, confronto con il pilota e ritorno in pista avviene in circa 5 minuti, perché è urgente tornare sul circuito alla ricerca della migliore prestazione.
    Una tecnologia così sofisticata aiuta a trovare più in fretta la giusta messa a punto, mentre la telemetria dà i suggerimenti per trovare il set up della moto in ogni situazione.
    Qualsiasi tecnico Ducati potrà poi accedere dal proprio pc a tutti i dati necessari, e non solo a quelli da poco scaricati, ma anche a quelli storici.
    Sebbene la tecnologia influenzi sempre più le prestazioni delle moto, è poi il pilota e il suo stile di guida ad avere un peso decisivo. 
    I sensori in ogni caso rilevano le grandezze fisiche collegate alle moto, le temperature di diversi componenti, dai pneumatici al motore, e poi la pressione dei liquidi come l’olio dei freni.
    Verificano inoltre la posizione dei vari componenti che si muovono sulla moto stessa, come forcella e forcellone.
    Poi ci sono i sensori inerziali: accelerometri, giroscopi, fondamentali per capire come si sta muovendo la moto nello spazio.
    Difficile quantificare in termini di tempo sul giro il vantaggio apportato dai dati raccolti da ogni sensore, il più delle volte il vantaggio ottenuto è frutto di un insieme di soluzioni collegate.
    L’importante è mettere il pilota nelle condizioni di guidare al meglio, stancarsi meno e avere così il cervello libero per concentrarsi su altri aspetti della gara.
    Di certo l’AI gli rende la vita più facile.
    Metodologie, strategie e modalità di ricerca delle migliori performance si trasferiscono poi dalle MotoGP alle moto di serie.
    Ducati Panigale e Multistrada (so per certo che qualche mio lettore possiede questi modelli della casa bolognese …) sono equipaggiate con sistemi elettronici mutuati dalla MotoGP o dalla Superbike, come il controllo di trazione e di impennata.
    Ovviamente la strada presenta diverse variabili, e il pilota potrebbe anche essere poco esperto.
  • Rinnovo i miei auguri di un Felice nuovo anno.
    Un caro saluto,

    Davide