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www.davideberto.it09-10-2026
  • SE LI LASCI IN PANCHINA I SOLDI NON GIOCHERANNO PER TE

    Ogni tanto ritengo sia utile tornare su questioni che sembrano note a tutti, ma che numeri e comportamenti delle persone dimostrano non esserlo.
    Tra queste c’è di certo il tema inflazione, prepotentemente attuale alla luce del contesto che stiamo attraversando.
    Tutti sappiamo bene che “tutto costa sempre di più” e che “il denaro perde continuamente in potere d'acquisto”, ma poi raramente ne traiamo decisioni coerenti con l’obiettivo di ridurre l’impoverimento che, per sua natura, l’aumento dei prezzi produce.

    Oggi voglio allora provare ad affrontare l’argomento con l'obiettivo di non cadere (o farlo il meno possibile) nella retorica dell’investire con l'intento di battere l’inflazione.
    Cercherò piuttosto di guardarlo da una prospettiva meno legata al denaro e più connessa alla vita quotidiana di ognuno di noi.
    Per farlo parto da qualche inevitabile dato: a Settembre 2026 i prezzi al consumo in Italia sono cresciuti del 4,1% rispetto a un anno fa, in accelerazione dal +3,3% di Agosto.
    In Europa siamo al 3,8% su base annua, un livello quasi doppio rispetto al target della Banca centrale europea.
    Numeri lontani dai picchi vissuti qualche anno fa, ma anche da quel mondo di prezzi quasi immobili al quale siamo stati abituati per molto tempo.
    Il rischio concreto è che, con l’abitudine, un’inflazione meno appariscente torni a diventare quasi invisibile.
    Eppure, anche quando non è particolarmente accentuato, il suo effetto erosivo resta intatto.
    Immagina allora di tornare indietro nel tempo, all'anno 2002, quando le rilevazioni raccontavano che con 100 € si potevano comprare circa 40 coni medi di gelato artigianale, da circa 2,50 € l'uno.
    Oggi, con lo stesso biglietto verde da 100 € in mano, di coni medi se ne comprano 25, perché il prezzo è salito a circa 4 €.
    Oltre vent’anni dopo quei 100 € sono sempre 100 €, ma l'inflazione si è mangiata nel frattempo 15 gelati.
    Non è allora tanto il denaro in sé, ma ciò che con il denaro possiamo acquistare nella vita di tutti i giorni.

    Detto questo, il punto fondamentale da aver chiaro in mente è un altro: il gelato di poco fa non rappresenta l’inflazione italiana e quel 4,1% citato all’inizio.
    Anche questo dato ha dei limiti evidenti, perché non tutti i prezzi aumentano allo stesso modo e, soprattutto, non tutti compriamo le stesse cose.
    Quel 4,1% è infatti una media che ISTAT calcola osservando un enorme paniere di beni e servizi, e attribuendo a ciascuno un peso rappresentativo dei consumi delle famiglie italiane.
    Ma nessuno di noi compra esattamente quel paniere.
    Dietro questa media si nascondono dei movimenti di prezzo molto diversi tra loro.
    I prezzi dell’energia, ad esempio, in questa fase storica sono schizzati verso l’alto e segnano un +18,8% in un anno.
    I beni alimentari, sempre negli ultimi 12 mesi, sono saliti del 3,8%, mentre i servizi legati a ricreazione, cultura e cura della persona sono cresciuti del 2,6%.
    Ancora, i prezzi di ristoranti e alberghi hanno subito un aumento molto più significativo dell’inflazione generale (oltre il 6%), mentre la tecnologia va nella direzione opposta, con prezzi in calo del 3%.
    Anche comprare casa racconta una storia differente: nel secondo trimestre 2026 il costo delle abitazioni è risultato mediamente superiore del 4% rispetto a un anno prima.
    Non è inflazione da consumi, ma per chi sta mettendo da parte denaro per realizzare questo sogno è una variazione tutt’altro che trascurabile.
    Poi ci sono le passioni o le abitudini che caratterizzano alcuni stili di vita.
    Nel mondo del lusso, ad esempio, dal 2019 ad oggi molti grandi marchi hanno rincarato i propri listini fino al 70%.
    Chiaramente nessuno di noi può leggere la propria inflazione scritta su una tabella.
    Ma questi numeri raccontano in modo chiaro che la nostra personale inflazione dipende da come viviamo e da quello che ci piace fare.

    Più che puntare i fari sull’inflazione in generale, dunque, potrebbe essere più utile ragionare su una domanda: quanto costa la vita che vogliamo vivere?
    Pensiamo a quattro differenti persone: la prima ama vivere in una casa di grandi dimensioni e dedica una parte importante del proprio reddito a questo bene; la seconda viaggia frequentemente e mangia spesso al ristorante; la terza adora la tecnologia e cambia dispositivi con una certa frequenza; la quarta desidera infine acquistare e possedere orologi, moda e beni di lusso.
    Tutte leggono lo stesso dato ufficiale, ma l’inflazione che subiscono non è la stessa.
    Ciò che conta non è dunque solo quanto aumentano i prezzi in media, ma quali prezzi aumentano e quanto pesano nella nostra vita.
    E' qui, in questo cambio di prospettiva, che il bravo consulente finanziario gioca, a mio avviso, un ruolo fondamentale in una logica di pianificazione: non perché sia semplice prevedere quanto costerà vivere come vogliamo (non lo è per niente, anche perché le dinamiche inflattive di beni e servizi diversi non sono scolpite nella pietra e possono cambiare repentinamente), ma perché il professionista può e deve far riflettere su questa prospettiva soggettiva, stimolando di conseguenza decisioni in grado di risolvere, o almeno tamponare, la questione.
    A tal proposito, gridano vendetta le abitudini che da decenni la maggioranza degli italiani continua ad avere.
    Abitudini fatte di allocazione sistematicamente inefficiente sia della ricchezza investita a lungo termine in assets che, in quel lungo termine, non sprigionano valore, sia ancor prima della ricchezza che rimane liquida, non investita, e che oggi non è lontana dall’intero Prodotto Interno Lordo del Paese.

    Voglio in conclusione dirti che no, la liquidità non è un errore.
    Una quota di risparmio in conto corrente è indispensabile anzitutto come buona regola di budgeting, oltre che servire per finanziare spese già programmate o anche solo garantire quella tranquillità che, di per sé, ha il suo valore.
    Il problema nasce quando, in merito alla liquidità, non viene fatta alcuna distinzione.
    Quando i soldi si lasciano in panchina senza sapere perché.
    Il mio compito vuole essere quello di aiutarti a comprendere perché quel denaro si trova in panchina, in conto corrente, in liquidità.
    È legittima la liquidità emergenziale (a meno che non sostituisca il ruolo degli strumenti assicurativi naturalmente), così come anche la liquidità programmata.
    È sulla liquidità senza destinazione che ci si dovrebbe interrogare.
    Perché i soldi che rimangono in panchina non sono affatto inutili, se sappiamo che presto entreranno in campo e avranno il loro ruolo, la loro funzione.
    È quando quel ruolo, quella funzione non ce l’hanno, che si pone il problema.
    La vera alternativa, pertanto, non è tra tenere i soldi in conto o investirli, ma tra il denaro a cui abbiamo assegnato un compito e quello al quale non ne abbiamo assegnato nessuno.
    Questa distinzione è determinante, unita alla consapevolezza che, mentre il saldo del conto corrente o i soldi nel cassetto restano immobili, la partita continua.
    E se non decidi di farli entrare in campo, non giocano per te.
    Mentre i prezzi, nel frattempo, continuano a correre...
  • Ti auguro un buon fine settimana.
    Un caro saluto.

    Davide